domenica 28 agosto 2016

Chissà, di Renzo Montagnoli



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Chissà
di Renzo Montagnoli




Come un’ape sugge il polline dai fiori
assaporo ogni momento gli istanti della vita
riempio gli occhi dell’irripetibile spettacolo
di una natura che sembra donarsi.
Dell’ape stessa che svolazza sulle ortensie
colgo l’intrepida ricerca del suo cibo,
della lucertola che sonnecchia al sole
intuisco il palpito del suo cuore che si scalda.
Di ogni cosa voglio imprimere la memoria,
del mio stesso viso che nel tempo invecchia.
Chissà se nel dopo mi sarà concesso il ricordo,
chissà che in quell’antro oscuro possa splendere
un po’ di quella luce che adesso colgo.


Da Lungo il cammino


La colonna sonora:












Di stelle grezze, di Angela Caccia


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Di stelle grezze
di Angela Caccia




Sono nata nel mese
dei morti squillando vita


nella cordata degli anni
conobbi i piccoli peccati
e la vergogna
la grazia ombrosa della timidezza
la transumanza dei sogni
in utopia


riflessi di stelle grezze
su un cosmo ancora informe
– è un gioco di ombre la crescita
il pedaggio per modellarsi alla vita –


schiuso il bozzolo
uno sciame di note:
suoni di parole rimbalzavano
sui pensieri pietrosi


… quanti franamenti
per un rivolo di sintonia!




Da Il tocco abarico del dubbio (Fara, 2015)




La colonna sonora:






Il canto sommerso dello uadi, di Franca Canapini





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Il canto sommerso dello uadi
di Franca Canapini



Ero steppa irta-arida di luce
vento infuocato mi stormiva attorno
-i minuti parevano millenni-


In un secondo


fu pioggia martellante
rapida mi dilavò tutte le ossa
disfece fino al pianto la mia terra
scavò pozzi profondi, suonò tendini sopiti
mi tracciò con ramisolchi di percorsi


In un secondo


fui fiume gonfiesondante
spaventato di se stesso
trascinavo in ogni dove
terra sconvolta, acqua e schiuma; e foce
tanto lontana che non mi fu concessa


addio addio mia terra!
mia acqua! addio addio!


Sono di nuovo steppa
irta di sempre e di mai più
eppure fremente sottocrosta
so che vibrerò alla prima goccia
uscirò dal mio sonno di sabbia


Celo in queste sassaie polverose
il corso di direzioni sconosciute
di ogni loro più infimo rigagnolo
e pozzi e forre e anse di mistero


Oltremisura aperto
attendo la pioggia santa del mio dio
-i millenni paiono minuti-


La colonna sonora:




La pieve del mio paese, di Giovanna Giordani



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La pieve del mio paese
di Giovanna Giordani






E’ grande la pieve del mio paese
sembra una madre con le braccia tese
verso i suoi figli in cerca di riparo
come nel mare rassicura il faro


Brillano gli ori alle candele accese
chi la volle non badò certo a spese
per ornarla, un principe non avaro
assunse artisti dall’ingegno raro


La contemplo e ripenso al mio passato
le solenni  funzioni  e l’innocente
rapimento dell’animo incantato


dalla sacra bellezza  onnipresente
che un po’ stregava il cuore lieto e grato
al pensiero di un Dio benedicente.


La colonna sonora.










La perdita della fede, di Stefano Giannini


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La perdita della fede
di Stefano Giannini
 
 
 
Potrei esordire affermando che la perdita della fede è la peggior disgrazia che possa capitare a un credente. Che la fede è un dono di Dio, e un dono non si dovrebbe mai perdere o sciupare, che per conservarla si deve ben “coltivare “ con la preghiera, frequentando la Chiesa ed i Sacramenti, praticando la carità, approfondendo la conoscenza delle Sacre Scritture ecc… ecc…. Quale cristiano credente continuerei su questa strada se dovessi parlare della fede in Dio, ma siccome in italiano la parola fede può anche significare anello nuziale “fede nuziale”, è di quest’ultima “mia” fede che in breve mi accingo a raccontare la storia.
Me la infilò al dito medio della mano sinistra, com'è usanza (spingendo forte perché non voleva entrare), mia moglie il 25 febbraio 1961 in una bella chiesa di Lucerna.
Per qualche anno restò saldamente avvinghiata all’anulare. Poi, un brutto giorno, per un ovvio motivo che dirò, me la sfilai dal dito e la misi in tasca dei pantaloni. Fu un grave errore, perché a tarda sera, cercandola, in tasca trovai solo il fazzoletto da naso e nulla più. La grossa fede d’oro, al cui interno era incisa la data di matrimonio e il nome “Antonietta”, era andata smarrita.
Alcuni mariti “infedeli” si tolgono la fede prima dell’approccio con un’altra donna fingendosi scapoli per meglio conquistarla, proprio quell’atto sancisce l’intenzione del tradimento: togliere, nascondere il simbolo dell’unione e della fedeltà giurata è come sospendere momentaneamente un voto.
Ma questo non fu il caso mio anche se mia moglie, in un primo momento, può averlo sospettato.
Da poco tempo ritornato definitivamente a casa dalla Svizzera dove ero stato emigrante per dieci lunghi anni, pieno di nostalgia e d’entusiasmo, quel fatidico mattino ritornai in campagna a rivedere la mia vecchia casa dove sono nato, girai per i campi che la circondano, mi soffermai a guardare le piante che avevo lasciato dieci anni prima ora molto più alte. Notai, rattristato, il vecchio ciliegio, che era stato il trampolino dei miei giochi di bambino, spoglio e rinsecchito, ormai alla fine della sua vita, mentre le piante di robinia lungo il “cavedale” erano da tagliare, e come avevo visto fare tante volte da mio padre ogni tre/quattro anni, mi accinsi, con sega e accetta a tagliarle alla base per farne pali di sostegno e legna da ardere.
Fu nello svolgere quel lavoro manuale che, avendo il palmo delle mani alquanto delicato, per evitare la formazione di vesciche, tolsi la fede dal dito dimenticandola in tasca, da dove durante la giornata, avrei estratto più volte il fazzoletto da naso per asciugarmi il sudore.
Fu in quei frangenti che assieme al fazzoletto estrassi, inavvertitamente, anche la fede, perdendola chissà dove.
Come la perdita della fede in Dio, oltre ad essere una brutta disgrazia, è anche causa di grande sofferenza, simile per me e mia moglie fu la perdita della “vera” che ci eravamo scambiata nel più bel giorno della vita.
Il dispiacere più grande lo provò mia madre; la cercò e ricercò inutilmente per mesi e mesi. Ripassò con pazienza certosina tutti i percorsi che avevo fatto quel giorno, ripassò a testa china, palmo a palmo tutti i diecimila metri quadrati del campo e tutti i siti in cui avevo sostato con grande fiducia di ritrovare la “fede”. Ma tutto fu vano !
Passarono gli anni, tanti anni; il tempo mutò le cose: sul verde panorama che osservavo dalla finestra sorsero come funghi tante case, lungo la Valle avanzò inesorabile un grande nastro di cemento e asfalto, lunghi viadotti stesi come lenzuola sopra il fiume che paziente li sopporta. Anche sul mio viso e sui volti delle persone note e conosciute il tempo aveva lasciato le sue indelebili “tracce”. Grandi è piccoli eventi accaddero sulla terra, ed altri più o meno importanti nel mio “piccolo mondo”: la crescita dei figli, l’impegno nel lavoro, prima in fabbrica poi nel sociale e tutti gli eventi del quotidiano che sono poi la vita.
Veloci come il vento trascorsero trent’anni dal giorno della perdita della fede nuziale.
Quando perdemmo ogni speranza di ritrovarla, ne acquistai un’altra per non stare senza il segno del matrimonio e per non cadere in eventuali tentazioni.
Venne il “tempo delle mele”, la fine d’ottobre del 1993 ; mentre nell’orto ero intento a zappare delle piantine di fragole, mi parve di notare un improvviso luccichio fra le zolle smosse, forse un frammento di vetro …?  Perché non accertarsi meglio ? Pensai.
Chi mai mi suggerì d’interrompere il lavoro di zappatura e, con le mani, frugare in terra alla ricerca dell’oggetto luccicante ? Cosa trovo fra quelle umide zolle ? Ma sì, la mia fede,; inalterata, intatta, bella, lucida, come nuova.
Erano trascorsi 29 anni e sei mesi dal giorno che l’avevo perduta.
La gioia fu grande per tutti in famiglia: si fece festa tutto il giorno e col passaparola il fatto finì sui giornali. Nella cronaca locale il Resto del Carlino e la Stampa titolarono : “Perde la fede e la ritrova dopo 30 anni” - “Perde la fede e lo va a dire a Magalli “. Sì, perché lo stesso giorno della pubblicazione sul giornale, arrivò dalla Rai di Roma una telefonata che ci invitava ad andare a raccontare la storia della fede in una trasmissione televisiva di Rai Due chiamata “I Fatti Vostri”, condotta appunto dal Sig. Magalli, la cui redazione aveva letto lo strano fatto sui giornali.
Il giorno 25 novembre 1993 io e Antonietta eravamo a Roma a raccontare tutta la storia in diretta su Rai Due, con curiosità e meraviglia nostra e dei quattro milioni di spettatori che ci seguirono in TV.
Fu una bella e indimenticabile esperienza. Furono due giorni di intense emozioni. Oltre che gli studi televisivi e le telecamere puntate su di noi, ammirammo i più noti monumenti della città : San Pietro, la Cappella Sistina, i Muse Vaticani, i Fori Imperiali e tante altre meraviglie della Città Eterna. Quel viaggio, non programmato, ci parve ancor più bello e ricco dell’antico viaggio di nozze.
Il ritrovamento della fede, creduta smarrita per sempre, fu sicuramente di buon auspicio per altri altrettanto meravigliosi, importanti e magnifici eventi che a breve avrebbero seguito quell’inaspettato ritrovamento, come la nascita di tre meravigliosi nipoti : Beatrice, Ophelia e Leonardo.
Dopo questa esperienza auguro che nessuno abbia a perdere la “fede”, sia quella in Dio che quella nuziale, perché è rarissimo si possano poi ritrovare.


Dietro la porta, di Giorgio Bassani




Dietro la porta
di Giorgio Bassani
Feltrinelli Editore
Narrativa romanzo
Pagg. 112
ISBN 9788807880117
Prezzo Euro 7,00


L’origine dell’infelicità


Gli anni non sono riusciti a medicare  un dolore che è rimasto là come una ferita segreta”


La giovinezza non è sempre primavera di bellezza, anzi può essere un periodo di profonda tristezza interiore, di solitudine riveniente da una inconsapevole auto esclusione. Ed è di quegli anni, anni di studio al liceo, che parla questo delicatissimo romanzo di Giorgio Bassani. É il ricordo che guida la mano del narratore, che descrive con sapienza un microcosmo in cui tutti per un po’ ci siamo trovati, quello scolastico. Il periodo storico va dall’ottobre del 1929 al giugno del 1930, ma ho rilevato che quel mondo di aule, di compagni di classe, di insegnanti era assai simile a quello che ho vissuto io, solo che a dividerci c’era stata una sanguinosa guerra e una lunga ricostruzione; per il resto, gli atteggiamenti dei professori, le piccole gare per riuscire a essere il più bravo, le invidie, le ripicche sono le stesse dei miei anni ‘60 e occorrerà arrivare al famoso ‘68 perché vi sia un radicale e irreversibile cambiamento. Per l’autore è un periodo di sfide tacite, della ricerca di un compagno con cui condividere gli studi e la scelta cade su quello che, senza essere un somaro, non è nemmeno una cima, una sorta di gregario che non potrà mai diventare un pericoloso concorrente nella gara per diventare il più bravo della classe. Inizia così un rapporto in cui la continua frequentazione fa scivolare verso un’intimità sempre più accentuata, che sfiora anche la sfera sessuale nel difficile periodo del passaggio dallo stato infantile, o quasi, a quello adulto. L’io narrante è timido e tende sempre di più a chiudersi a riccio, come a proteggere quell’innocenza dell’infanzia in cui gli piace crogiolarsi. Ma c’è chi matura prima e il nuovo compagno ne è un esempio, e così l’autore apprenderà dolorosamente quanto il presunto amico sfotta quel suo essere ancora non adulto. É allora che diventerà uomo, ma la lacerazione interiore, una sofferenza sorda e muta, lo accompagneranno per tutta vita. La perdita dell’innocenza é la perdita di un mondo che gli pareva eterno e che invece si è squarciato nell’amara realtà delle miserie umane; ciò lo isolerà ulteriormente, impedendogli di aprire quella porta che lo conduca alla consapevolezza di essere parte di una realtà che inconsciamente rifiuta.
Dietro la porta é un autentico gioiello, soffuso, tenue e forte al tempo stesso, frutto di un ricordo che è un grido disperato.
Da leggere, senz’altro.




Giorgio Bassani nacque a Bologna il 4 marzo 1916 e morì a Roma il 13 aprile 2000.  Di famiglia ebraica, patì le persecuzioni razziali e durante gli anni di guerra partecipò attivamente alla resistenza. E’ solo dopo il 1945 che si dedica all’attività letteraria in via continuativa, sia come scrittore che operatore letterario (suo è il merito di aver caldeggiato all’editore Feltrinelli la pubblicazione de Il gattopardo).
Poeta raffinato, Bassani ottenne il successo di pubblico con Il giardino dei Finzi Contini, di cui fu curata anche una trasposizione cinematografica da parte di De Sica.   
 
Renzo Montagnoli


Fontamara, di Ignazio Silone




Fontamara - Ignazio Silone – Mondadori - Pagg. 270 – ISBN 9788804319634 . Euro 11,00






Esautorato da ogni possibile attivismo, esule scampato al disordine interno della sua patria, disilluso dalla sua stessa statura morale che non gli permise di gradire la svolta stalinista del suo partito, solo a Davos, in Svizzera, lo scrittore abruzzese ricercò la compagnia della penna , scrivendo questo importante romanzo, e della sua terra, rappresentandola stretta nella morsa della storia fatta dagli usurpatori, di qualunque specie, e di suoi tre compaesani, i quali immagina a loro volta esuli al suo cospetto.
Inizia così il romanzo, con l’intento di raccontare ciò che è stato di Fontamara, piccolo paese della Marsica, inesistente nella carta geografica ma lì, vivo, nel Fucino, come tanti. Il racconto è affidato proprio alle voci narranti dei tre esuli: padre, madre e figlio. La loro vita e le loro peripezie restituiscono il travaglio dell’intera comunità pur focalizzandosi sul destino di alcuni piccoli uomini e di alcune piccole donne.
Il candore della narrazione affidata ai tre compaesani ha la potenza di rappresentare, senza intermediazione alcuna, in un abile stratagemma narrativo, lo stupore e l’ingenuità di una comunità che ha registrato per secoli la realtà su determinati schemi mentali,su logiche assodate, e che ora non ha alcun strumento per dare lettura alla realtà cambiata. Non ha cultura, il cafone, per evitare gli imbrogli, non ha informazioni per capire il segno dei tempi mutati, non conosce problema che non sia direttamente riconducibile alla sua stretta e grama esistenza. Lo sguardo lungo può giungere solo a capire i minimi scarti registrabili in una corta scala sociale: non c’è movimento, ormai, neppure minimo. Ognuno è condannato al suo stato sociale. Berardo, la figura tragica della narrazione, rappresenta questo immobilismo e il misero tentativo di combatterlo. Le oscure figure che dettano le regole attuali, i fascisti, possono essere contrastate se si vuole modificare la propria condizione; si assiste così ad un’ evoluzione politica dello spirito di questo emblematico personaggio che, mosso da un intento di riscatto individuale, si immola ad una causa senza in fondo capire bene la sua scelta depauperata dalla sua carica idealista, venute meno le premesse individuali che lo portarono all’azione.
La narrazione ha il pregio di restituire l’impatto della barbarie fascista sui poverini cafoni , ignoranti, ingenui, inconsapevoli e vittime fin troppo gratuite di un artificio storico. Le pagine si nutrono di una sottile e amara vena ironica che la realtà stessa determina nel tentativo di decodifica di un quid astruso, incomprensibile, sfuggente che è però capace di suscitare almeno una domanda: “Che fare?”


Amaro ma fondamentale.




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