giovedì 7 dicembre 2017

Natale 2017 - I racconti







I Natali di Ermengarda
di Renzo Montagnoli








Era stata la maestra di tutto il paese, aveva insegnato a diverse generazioni, dai primi anni ‘20, turbinosi, con gli scontri di piazza pressochè quotidiani ,agli anni del boom economico. Minuta, non bella, ma dagli occhi vivaci e penetranti, Ermengarda Alberti era per tutti la “maestra”. Non si era mai sposata e lei si riteneva la madre di tutti quei pargoli che si accostavano, timidi e impacciati, alla sua cattedra, che si sporcavano le mani con l’inchiostro, che finivano dietro la lavagna quando facevano arrabbiare. Li raccoglieva come una chioccia sotto le sue ali dalla prima elementare e li portava fino alla quinta, per poi vederli volar via verso studi superiori o verso il mondo del lavoro. Non si risparmiava, viveva per insegnare e insegnava per vivere, contenta quando i suoi allievi suonavano il campanello della sua casetta per porgerle gli auguri di Natale e ancor più felice e commossa quando gli stessi, ormai adulti, si ricordavano appunto della loro maestra durante le feste natalizie o agli inizi dell’anno nuovo. Riceveva questi ultimi come fossero parenti stretti, insisteva per preparare un caffè o perché accettassero una fetta di quella buona torta di more che solo lei sapeva fare. Durante la guerra, quando suonavano le sirene dell’allarme aereo, faceva scendere i suoi piccoli allievi nello scantinato della scuola, li raccoglieva intorno a sé e cercava di lenire la loro più che giustificata paura. E quando qualcuno s’ammalava, andava a trovarlo a casa e, se per mala sorte, moriva si disperava come fosse stata sua madre. L’ho avuta anch’io come insegnante e la ricordo esigente, ma non severa, sempre pronta a spiegare di nuovo se qualcuno non capiva. Al di fuori della scuola, la sua era una vita di solitudine, senza marito, senza genitori, che aveva perso quand’era ancora giovinetta, l’unico svago era la lettura e credo che nella sua non breve vita sia riuscita a leggere tutti i libri della nostra biblioteca. Andata in pensione, rimase per tutti sempre “la maestra”, ma poco a poco le visite degli ex allievi diradarono. I tempi erano cambiati, la televisione, le gite in auto, i locali di ballo, una frenesia che pareva aver colto tutti fece sì che venisse dimenticata. Anch’io la persi di vista, ma un dicembre, era la vigilia di Natale, me ne ricordai, anche perché correvano voci in paese sul suo stato di salute, e l’andai a trovare.
Mi riconobbe subito, ma fui io che ebbi difficoltà nel ritrovare in quel corpo storpiato dall’artrosi, in quelli occhi che erano diventati opachi, la mia cara maestra. Insistette per il caffè e per una fetta della sua torta di more, ma non erano buoni come una volta: il caffè sembrava acqua sporca e il dolce un pasticcio mal riuscito. D’altra parte gli anni c’erano e si vedevano tutti; novanta non sono pochi e poi la malattia faceva il resto. Parlava a fatica, ma a tutti costi volle dirmi come erano sempre stati i suoi Natali. A parte l’uscita per la messa, restava sempre in casa con la speranza che qualche alunno le venisse a far visita, il che quando insegnava capitava sovente, ma dopo quasi mai. Ore e ore a leggere sperando che suonasse il campanello, in preda alla propria solitudine e poi, arrivata a sera, la cena frugale e infine il letto. - Non ho mai chiesto molto alla vita mi disse - ma per me voi eravate come i miei figli e se i figli non fanno visita alla madre almeno il giorno di Natale, mi sento come se la mia vita fosse inutile, come se quell’affetto che vi ho portato per voi non contasse niente.
Poi tacque, si tamponò gli occhi con un fazzoletto, mi diede la mano augurandomi buon Natale e sulla porta, mentre uscivo, sussurrò, tanto che lo percepii appena - Grazie, bimbo mio.
Morì l’anno successivo, in novembre, e al suo funerale c’era tutto il paese, i suoi vecchi allievi che avevo contattato perché quell’anno andassimo a casa sua a farle gli auguri di Natale. L’accompagnammo, invece, nel suo ultimo viaggio, silenziosi, commossi e anche un po’ pentiti per averla così a lungo dimenticata.





Il dono
di Giovanna Giordani






La scatola di latta della mamma era rimasta tale e quale come lei l’aveva lasciata prima di andarsene fra gli angeli.
Agnese l’aveva riposta sullo scaffale in soffitta pensando che un giorno o l’altro l’avrebbe aperta, ma con calma, non era una cosa da fare in fretta. Erano urgenti le incombenze della vita che andava avanti.
Dopo tanti anni e vicende, fu in uno di quei pomeriggi uggiosi di fine novembre che Agnese si decise a salire in soffitta per riordinare.
Eccola là, fra un sacco di cianfrusaglie, la scatola tanto familiare, sembrava chiedere di essere aperta al più presto. E Agnese decise che era arrivato il momento. Si strinse nel pesante maglione e, presa la scatola, la poggiò su un vecchio tavolino scrostato.
Un odore di stantio le impregnò le narici appena riuscì a sollevare il coperchio. L’umidità aveva lasciato il segno. Cominciò lentamente a prendere in mano il “tesoro” della mamma. Tutta una serie di rocchetti di filo colorato e da rammendo, qualche ditale (quelli recuperati dai tubetti della conserva), un logoro puntaspilli, un dado nero con i numeri bianchi, l’uovo di legno, un paio di forbici, un rosario, un bigliettino per condoglianze scritto con la inconfondibile calligrafia della mamma “partecipo al vostro dolore”, rimasto lì perché sostituito probabilmente a causa di quell’antiestetico baffo d’inchiostro uscito dalla stilo, e poi ancora un santino di San Leopoldo confessore, i biglietti degli annunci di matrimonio dei figli, il quaderno con incollate le ricette ritagliate dalla rubrica di zia Betta di Famiglia Cristiana, qualche moneta da 50 e 100 Lire.
Ma ecco che, nel frugare fra quegli oggetti testimoni di vita, Agnese si trovò fra le mani un rotolino di plastica legato da un nastrino riciclato chissà dove. Dopo averlo liberato dal nastrino, lentamente lo distese e si accorse che aveva le sembianze di un tappetino ornamentale. Non tutti i fiorami di plastica erano rimasti incorrotti e il tutto era piuttosto ingiallito. Il ricordo esplose subitaneo. Certo, era il regalo di Natale, di un lontanissimo Natale, che lei e il fratellino avevano comprato per la mamma. Avevano convinto il papà a dare loro una piccola somma ed erano corsi al negozio più vicino del paese, che poi era quello del fruttivendolo, carichi di speranza di trovare in fretta qualcosa poiché il tempo stringeva. Era la vigilia. Il tappetino era lì, sul ripiano fra le cassette di frutta, bello disteso, tutto bianco con bei ricami plastificati, e il prezzo era adeguato alle loro possibilità.
Alla mamma doveva piacere. Infatti lei ringraziò con la sua consueta dolcezza e lo mise in bella mostra sulla credenza in cucina. Un ornamento così avrebbe impreziosito la festa a beneficio di tutta la famiglia, la piccola Agnese ne era convinta.
Poi ci fu il presepe, l’albero con le candeline vere, le canzoni indimenticabili.
E l’attesa di Gesù Bambino, con i suoi doni. Doni che spesso coincidevano con quelli che desiderava la mamma, ad esempio quando lei diceva che sarebbe stata contenta se avesse portato una piccola lavagna, dei gessetti o magari un libro. Caspita! Lui come l’ascoltava! Lo stupore nel trovare proprio quei doni sotto l’albero era indescrivibile.
Agnese richiuse la scatola stringendosela al petto e, cercando di tenere a bada il magone, si sorprese a sorridere mormorando fra sé: - per fortuna i doni che desideravi tu, piacevano anche a noi, tesoro mio -!



Il giorno di Natale al paese
di Renzo Montagnoli




Mi piace ogni tanto tornare con la mente al passato, a certi suoi aspetti, a come si viveva, a volte peggio di adesso, a volte meglio. In particolare c’erano dei giorni, cosiddetti canonici, in cui tutto pareva trasformarsi, e uno di questi era quello del Natale.
Ero alle elementari e nella settimana che precedeva la festività, una settimana ridotta, perché cominciavano le vacanze, la maestra non si stancava di ripetere: “Bambini, il 25 é Natale e pertanto quel giorno dovete essere più buoni. Rispettate il papà, la mamma, i fratellini, le sorelline, i nonni, ecc.”. Quello che mi impressionava nel discorso era quell’eccetera e mi domandavo a chi si riferisse; ci costruivo un castello, in cui figuravano zii, zie, prozii, prozie, cuginetti di non so quali gradi, insomma una sorta di farneticazione in cui l’impegno maggiore era ricordarsi come si chiamassero quei parenti, tanto più che appena ricordato un nome, nel tentativo di estrarne un altro dalla memoria, finivo per dimenticarmelo. Diventava quasi uno scioglilingua, di cui mi liberavo mandando tutti al diavolo e quindi finendo con l’essere meno buono.
All’epoca non si era ricchi come adesso, diciamo pure che si era poveri, perché il famoso boom economico non era nemmeno nelle previsioni e c’era il lungo e faticoso lavoro di ricostruzione di un’Italia distrutta dalla guerra. Non si mangiava tanto, anzi ci si nutriva poco, fatta eccezione per il Natale. Allora si grattava il fondo del barile, cioè dei pochi risparmi, e nelle case era tutto un preparare i tortelli di zucca, gli agnolini, il brodo con il cappone, ingredienti per una mangiata pantagruelica. Se la vigilia si cenava di magro, cioè più o meno la cena di tutti i giorni (e c’era chi la saltava, potendosi permettere solo il pranzo), il giorno di Natale le tavole traboccavano, ma prima c’era un’incombenza a cui non era possibile mancare: la Santa Messa. Quel giorno in chiesa c’erano tutti, dalle assidue beghine che già erano state presenti a quella della mattina presto, ai compagni che, nell’occasione, si toglievano il fazzoletto rosso e si vestivano da borghesi, dai baciapile inveterati agli atei, che in un sussulto di dubbio dovevano aver pensato che in fondo una messa non era un peccato.
Quindi un pienone completo, un’adunata oceanica di mussoliniana memoria, pochi quelli che riuscivano a trovare una panca o una sedia, tanti e pigiati quelli che restavano in piedi. Nell’occasione le famiglie danarose sfoggiavano un abito nuovo o addirittura, caso raro, ma capitava, una pelliccia, e allora entravano per ultime percorrendo il corridoio centrale come in una sfilata di moda, mettendo in mostra la nuova collana, o gli orecchini appena ricevuti in dono. Lentamente, come in processione, si avvicinavano all’altare e subito dai primi banchi si alzavano quelli che li avevano occupati fin dalla prima messa e che avevano tenuto il posto per i “signori” in cambio di cento o duecento lire.
Ora la Messa poteva cominciare, ma in tutto quell’assembramento, che pareva denotare una fervida religiosità, non pochi pensavano a ben altro e io li vedevo dall’altare, dove da buon chierichetto aiutavo il sacerdote nella funzione. Non era ignoto il fatto che la signora Egle, consorte del ricco cavalier Lisandri, soprannominato il cappone per via – così si diceva – di una innata incapacità a congiungersi con la moglie, si consolasse in altro modo; non era né giovane, né bella, però pagava e guarda caso se ne stava a contrattare con Il camaleonte, al secolo Gerolamo Corbezzi, giovanotto di bell’aspetto, ma senza arte né parte, però capace di mimetizzarsi perfettamente quando suo padre lo cercava per fargli fare qualche lavoro. Non capivo cosa si dicessero, perché parlavano anche piano, ma una cosa era certa: l’affare andava puntualmente in porto e il più soddisfatto sembrava il marito, che con un aria beata e da bue fissava l’altare. E che dire dell’Ornella Galavotti, ragazza all’apparenza insospettabile, ma sempre alla ricerca di un nuovo uomo; mio papà diceva che era una ninfomane, ma non capivo cosa significasse. Più in fondo, vicino alla porta, pronto a scappare, c’era “mano morta”, l’ufficiale di posta così chiamato perché attratto irresistibilmente dal corposo deretano di qualche signora. Non c’era una Messa di Natale in cui non si udisse il suono sonoro di uno schiaffo e non si notasse subito dopo che lui guadagnava in fretta l’uscita. Una volta gli andò male e in quell’occasione perse il vizietto, perché anziché lo schiaffo, si prese una gragnuola di pugni dal marito della signora oggetto delle sue attenzioni; in seguito chiese il trasferimento all’ufficio di un altro paese e fece bene, perché già in giro correvano voci di una denuncia nei suoi confronti. Insomma, fra queste amenità, la Messa arrivava alla fine e allora si spalancava la porta e la gente cominciava a defluire, ma non andava subito a casa, si fermava sul sagrato a chiacchierare un po’. Era il momento delle maldicenze in cui eccellevano le beghine e i baciapile, veloci nel tirare il sasso, nascondendo subito la mano. Ce n’era per tutti, compreso il prete e mi chiedo ancor oggi se in confessione gli dicessero di questi loro peccati, anche se ho i miei dubbi, vista la perniciosa riservatezza con cui sparlavano: “Hai saputo?” E un ammiccamento verso una che usciva di chiesa. “Che non si sappia in giro, fin per carità, ma la figlia di Dolfini é incinta, e non è ancora sposata. Davvero? Ha uno sguardo così pio, va sempre a testa bassa, ma é una puttana. Del resto come il padre, che prima di sposarsi era sempre al casino, quello a Mantova di Vicolo San Longino, con le puttane da quattro soldi. “.
E cosi via fino all’ora di pranzo, quando le vie del paese diventavano deserte.
Grandi mangiate, fino quasi a scoppiare, una lenta digestione da coccodrilli, con tanto di pennichella, ma alle 16 tutti al cinema, beninteso quello parrocchiale, perché in paese non ce n’erano altri.
Ricordo i titoli natalizi: Biancaneve e i sette nani, I dieci comandamenti, insomma pellicole adatte a tutti, ma ciò nonostante l’inesplicabile censura della San Paolo, che noleggiava i film, qualche taglietto lo praticava, magari a una scena con un innocente bacio e allora in sala, dato che per un attimo si interrompeva la sequenza, si udivano i mugugni e spesso e volentieri le bestemmie. In un ambiente non ampio, anche se c’erano platea e galleria, al buio, nel fumo delle sigarette, l’ufficiale di posta si ripeteva e la cosa strana era che se la vittima faceva finta di niente lui si stancava, ma il più delle volte volava un altro schiaffo, accompagnato questa volta da un coro di invettive (porco maiale) che lo seguivano nel corso della sua precipitosa fuga. Al cinema non c’era mai la signora Egle, con ogni probabilità piacevolmente impegnata, ma giustificata dal marito, che chiamava sempre in causa una improvvisa emicrania che le aveva impedito di uscire.
Le pellicole preferite erano quelle di maggior durata, come appunto I Dieci Comandamenti, perché assicuravano il modo per tirare a sera. Si usciva un po’ indolenziti, per le troppe ore seduti, e ci si sgranchiva un po’ nel tragitto verso casa. Una volta arrivati, il tempo era breve per giungere all’ora di cena, con gli avanzi del pranzo, non pochi, anzi tanti, ma la fame era scemata e si finiva con il mangiare più con gli occhi che con la bocca. Due chiacchiere, giusto il tempo per arrivare all’ora di andare a letto e infine un po’ di riposo fra le lenzuola. Prima di addormentarmi mi passavano davanti agli occhi le immagini della giornata trascorsa: il pranzo, con tanto di dolce, il film e sulla scena di Mosè che fa spalancare le acque al mar Rosso mi si chiudevano le palpebre. Ma non le orecchie: dalla strada saliva il canto sguaiato di qualche ubriacone, parole incomprensibili come quelle che possono uscire da una bocca impastata e da un cervello annebbiato. E con questo concerto stonato terminava il giorno di Natale.


La notte di Natale
di Angela Fabbri






C’era una stella in cielo che per molti giorni e molte notti aveva viaggiato.
Ma adesso i pastori che ne avevano seguito il cammino, con un’inspiegabile ansia di pace nel cuore, la vedevano ferma. A illuminare tutta la collina lassù, la vedi?
I pastori salirono fra i sassi e le mamme pecore seguivano con gli ultimi nati, talmente appena nati, che dopo un po’ ogni pastore si trovò in collo un agnellino, così che si facevano caldo in due, perché la notte era molto molto fresca.
Un piccolo vocìo arrivò a loro nella notte tutta illuminata e spinse tutti pecore e pastori, a correre a vedere.
Era nato un altro piccolino e noi tutti sappiamo che l’avrebbero chiamato Gesù e sappiamo anche tutto il grande seguito della sua storia. Ma in quel momento era solo un cucciolo ancora bagnato di rugiada.
Le pecore, mamme già da molte volte, accorsero e lavarono il cucciolo Gesù da capo a piedi, rivolgendo poi la loro attenzione alla madre, una Signora di nome Maria che era tanto tanto stanca, adesso che la nascita si era compiuta.
La guardarono e comunicarono con il pensiero. “Questo è solo l’inizio. Aspetta che si metta sulle zampe e vedrai quel è la vera fatica. Ti diciamo questo perché ci siamo già passate. Sarà gioia e apprensione tutto il tempo. Ma è proprio questo tempo, che vale la pena di vivere”.
E Maria si addormentò serena col suo bimbo fra le braccia.








Le pecore del Natale
di Angela Fabbri






Le pecore, quiete, scendevano adesso giù dai monti e qualcuna ogni tanto si girava ancora cercando nel buio dei boschi lassù le ombre nere che le avevano cacciate via e rotolate giù per i dirupi.
Il pastore… Dov’era il pastore, loro compagno e guida?
La pecora anziana, la vecchia madre, portava avanti adesso la compagnia delle pecore. Fra gli sterpi e nel buio.
“ Sopravviveremo? Dobbiamo arrivare in valle. Allora il cielo brillerà di nuovo, sul vecchio torrente. Questa è la strada che conosco. L’ho percorsa per anni.
Ma senza un Pastore, noi, poi, cosa faremo? Cosa faremo di noi? “
Rispose la luce delle stelle, la voce del torrente, il profumo dell’erba bagnata.
Così le Pecore del Natale scesero al piano, dove trovarono altre pecore, tante altre pecore, innumerevoli altre pecore, ciascun gruppo con il suo pastore.
Si mescolarono a loro, attratte dal calore, dall’affettività, dalla consuetudine. Ma poi… una a una si ritrovarono di nuovo insieme e una fila di pecore si delineò fra le altre.
<< Ma dove andate? Perché non restate con noi? >>
Cerchiamo un pastore” rispondeva ora all’una ora all’altra la pecora anziana “Non abbiamo un pastore”
<< Sono pecore senza pastore? >>
<< Ma non si è mai sentito! >>
<< Oh poverette! >>
Intanto, le pecore senza pastore, uscivano dalla massa di greggi e s’inerpicavano su una collina, morbida questa, ben lontana dagli sterpi e dai dirupi che avevano attraversato.
E lì si accovacciarono e si addormentarono, ignare che intanto il loro nuovo Pastore era arrivato.



Piccoli discoli nel Natale del ‘46
di Stefano Giannini




La guerra era finita da circa due anni. Eravamo una quinta classe elementare, composta di diciotto ragazzetti (dieci maschi e otto femmine). Avevamo ancora negli occhi e nella testa le brutte impressioni del passaggio del fronte.
Avevamo visto bruciare Sarsina e a Sorbano fucilare per rappresaglia dieci civili, abbattere i ponti di ferro sul fiume Savio. Avevamo visto, sempre i soldati tedeschi, portare la confusione, la disperazione, i lutti e tanto dolore fra la gente tranquilla dei nostri greppi. Lo chiamavano “rastrellamento” : portavano via, con prepotenza, dalle stalle, gli animali , i bovini, le pecore, i maiali. Sparavano con la pistola alle galline. Un giorno vidi dei soldati che, dopo aver ucciso in quel modo una gallina, la misero a cuocere in un pentolone pieno di latte. Spesso assieme agli animali, prelevavano anche i contadini e li portavano in Germania.
Avevamo visto, per la prima volta, gli uomini neri, i polacchi. gli indiani, e gli americani ; questi ultimi per noi ragazzi, avevano sempre pronto un pezzo di cioccolato da darci. Ci dicevano :
Bebyboys piace cioccolata OK ?”
Oramai tutto questo era passato. Noi ragazzetti eravamo ritornati allegri e spensierati come prima.
Non c’era più da spaventarsi per le cannonate. Non c’era più da correre, impauriti, nei rifugi.
Avevo undici anni. Nella mia classe c’era anche Renzo, lui di anni ne aveva tredici, perché, essendo un bel zuccone, era stato bocciato ben tre volte.
Il nostro maestro era un gran buon uomo, come un padre per noi. Abitava a Serra di Tornano e veniva ad insegnare a Sorbano a piedi. Il percorso di andata e ritorno era di 33 Km..
Renzo, che era il capo banda dei ragazzi più discoli e indisciplinati, era stato messo nell’ultimo banco. Tutti i giorni ne combinava una delle sue. Invece di fare il tema, inventava i più strani scherzi che, particolarmente, faceva alle femminucce e, alle volte, anche al maestro. Gli attaccava dei cartellini alla giacca, metteva le pulci o la colla nella sedia della cattedra.
Noi ragazzetti più piccoli e timidi eravamo sempre sorpresi e meravigliati del suo coraggio e della sua faccia tosta. Per noi era il re dei monelli, da ammirare e imitare.
Per divertire gli altri, alle volte sfotteva e prendeva in giro anche me.
Spesso il maestro lo espelleva dall’aula anche per un’ora. Ritornava poi con una bacchetta di vimini o di salice, tutta lavorata : incisa col bellissimo coltello con la lama grande, lucida e affilata che portava sempre con sé in tasca legato con una catenina alla cintura. Ne avevo uno anch’io, ma molto più piccolo : un temperino.
Ogni volta, quella bella bacchetta, il maestro, gliela rompeva addosso a furia di sferzate, per punirlo di tutti gli scherzi e birichinate che combinava durante le lezioni.
Ma lui restava impassibile e muto, senza un lamento, sembrava che non accusasse nessun dolore.. Non piangeva mai. Sopportava tutte quelle sferzate sorridendo e il giorno seguente riprendeva i suoi scherzi, imperterrito, come nulla fosse successo.
Così, quasi ogni giorno, si ripeteva la stessa storia. Quel povero maestro era quasi alla disperazione, non sapeva più cosa fare per “addomesticarlo”. Oggi si direbbe essere “un ragazzo difficile”.
Malgrado tutto, Renzo non era cattivo, anzi era molto generoso. Nella sua borsa di cartone, tutti i giorni, portava una pagnotta di pane e un mezzo formaggio di pecora che offriva un po’ a tutti.
Avevamo tanta fame…. In casa nostra le fette di pane e di formaggio erano razionate. Per acquistare i generi di prima necessità occorreva la tessera annonaria rilasciata dal Comune che stabiliva i quantitativi in proporzione al numero dei componenti la famiglia.
Renzo, invece, ne aveva in abbondanza, non perché i suoi genitori fossero ricchi, ma perché avevano il mulino ad acqua giù nel fiume Savio. Per ogni sacco di grano che macinavano avevano diritto, per legge, di prelevare quattro chili di farina.
Questo episodio, avvenuto poco prima delle vacanze di Natale, è forse il più emblematico per dimostrare la tempra di quei “discoli” postbellici. Tutta la classe sapeva che Renzo, nella borsa, insieme al pane e ai libri, portava anche una bella pistola funzionante, alquanto rudimentale, costruita da lui stesso mettendo insieme pezzi di pistole trovati in giro o dimenticate dai soldati quando, durante la guerra, si erano fermati a casa sua.
Con il suo coltello aveva sagomato e intarsiato un bellissimo calcio di legno, come solo lui sapeva fare ma, non avendo le pallottole, la caricava con la polvere e i pallini che rubava a suo padre, cacciatore, il quale possedeva un vecchio fucile ad avancarica a doppia canna.
Dopo la scuola, per la strada o dietro dei ruderi, sparava a dei barattoli quali bersagli e, mentre le femminucce fuggivano via impaurite, noi maschietti seguivamo i giochi pericolosi di Renzo, incuriositi e divertiti, incoscienti dei pericoli che correvamo per eventuali incidenti.
Quel mercoledì, una settimana esatta prima di Natale, all’uscita di scuola, stufo di essere preso in giro da Renzo, che spesso cantava questa zirundela : “Stavanin stasiv a cà, magna la pastasuta e’baccalà, e baccalà sla pastasuta, t’è una testa cum’è una zùcca” ! Approfittando di una sua distrazione, gli presi la borsa e, correndo verso casa, la gettai in un boschetto di rovi. Seppi poi che la ritrovò dopo due ore di affannose ricerche.
Il giorno seguente, mentre tornavamo da scuola, lungo la strada Nazionale N°71, proprio nel luogo dove due anni prima i tedeschi, per rappresaglia, avevano fucilato dieci persone di Sarsina, qualcuno dei suoi fedeli gregari disse a Renzo che a nascondergli la borsa ero stato io.
Mi corse dietro e in breve mi arrivò ; prendendomi per il grembiule mi disse con calma: “Stefanino caro adesso te la farò pagare cara”, e mentre, con le mani mi coprivo il capo, aspettandomi delle gran botte, mi strappò la borsa dalle mani, la mise sopra un paracarro e tirata fuori la pistola, da tre quattro metri di distanza, prese la mira e sparò un colpo. L’aveva caricata con dei chiodini da calzolaio che, sfondarono la borsa, trapassarono i libri e quaderni che conteneva, mentre io venivo trattenuto con la forza da tre/quattro ragazzetti della sua banda.
Piangendo, con la mia borsa sforacchiata, e con i libri e quaderni ridotti un colabrodo, corsi a casa.
A mio padre dissi che era stato Renzo e che io non l’avevo provocato. Non mi credette !
Qualche motivo glielo avrai dato di sicuro, altrimenti non ti avrebbe fatto questomi disse. Insistette tanto che alla fine dovetti raccontargli tutta la storia. Mi fece una bella paternale, dicendomi fra l’altro di non tentare di vendicarmi perché: “la vendetta non paga mai !” Il tutto condito con un paio di ceffoni ben appioppati.
Il sabato 21, ultimo giorno di scuola, anch’io avevo una pistola, trovata per puro caso. Avevo notato la Mariuccia, madre di Bramo, un ragazzo di sedici anni, che sgridandolo gliel’aveva presa e scaraventata nella rupe di Sorbano. Con molte difficoltà e rischio di cadere nel sottostante fiume, l’andai a prendere e la ripulii bene. Era una pistola americana a tamburo, in ottimo stato.
Nel tamburo vi erano 8 pallottole, integre .
La provai sparando ad un gatto....Il malcapitato scappò via miagolando, l’avevo ferito alla schiena.
Con la mia arma nella borsa e la vendetta nella testa andai a scuola. Anche quel mattino Renzo, per farmi arrabbiare, iniziò a sfottermi col solito ritornello. Può darsi che fosse geloso perché ero ben voluto dal maestro, avevo una buona condotta ed ero molto bravo in matematica, mentre lui molto scarso in tutto.
Renzo fece girare sottobanco alcuni bigliettini dove aveva scritto una filastrocca piena di sfottò e di parolacce nei miei confronti.
Quelle ragazzine ridevano ed io, umiliato, e impotente, mi vergognavo e tacevo.
Anche la Mimma che era mora e bellina, (mi piaceva tanto ; diventavo rosso solo a guardarla), dopo aver letto il biglietto, si girò ridacchiando.
Quando, verso le ore tredici, uscimmo da scuola, corsi via avanti a tutti, pieno di rancore nei confronti di Renzo e propositi di vendetta nel cuore.
Giunto in località “ La Fontanaccia” mi nascosi dietro una spessa siepe di sambuco che costeggiava la strada per il mulino, da cui doveva passare Renzo per andare a casa.
Estrassi dalla borsa la pistola caricata, alzai il percussore e col cuore in tumulto, restati in attesa del suo arrivo.
Poco dopo lo vidi apparire; con la sua borsa in una mano avanzava a passo lesto verso di me, fischiettando. Nello stesso tempo, per fatalità, dalla parte opposta della strada, cioè dal mulino, veniva a piedi, Luigino, figlio di Geo, un ragazzo di 16 anni, il quale con una sporta in mano portava da mangiare a suo padre che lavorava col cantoniere alla strada nazionale.
Dal mio nascondiglio non era visibile. Intanto continuavo a seguire l’avanzare di Renzo e quando fu a circa 6/7 metri dalla siepe, con le mani tremanti, puntai la pistola verso la sua borsa nel medesimo istante che egli incrociava Luigino (che non avevo visto), chiusi gli occhi e tirai il grilletto... Centrai in pieno, non la borsa di Renzo e neanche la sua testa per fortuna, ma la sporta di Luigino, mandando in frantumi tutto il contenuto : la bottiglia del vino, la gavetta con la minestra e tutto il resto.
Corsi subito come una lepre verso casa, su per il sentiero che conduce alla Cassandra ma, mentre Renzo, alquanto impaurito, proseguì verso casa, Luigino, passato il primo spavento, con quattro salti mi arrivò. Era robusto e molto più alto di me. Mi dette un sacco di botte “da olio santo” : pugni e calci in faccia e in tutto il corpo.
Dal naso e dalle gengive iniziò a colare il sangue come da una fontana.
Bene o male arrivai a casa ridotto ad una maschera di sangue.
Mia madre, poveretta, appena mi vide in quello stato, iniziò ad urlare dallo spavento.
Non venni certamente coccolato, come succederebbe ora, anzi fui severamente punito. Per una settimana, tutte le sere, dovetti andare a letto senza cena. (In tal modo si risparmiava anche nei viveri). Oltre alla ramanzina e all’assaggio della cintura di mio padre che, ricordo, lasciava delle righe rosse e brucianti sul sedere e sulle gambe nude, ebbi anche un’altra paternale dal mio Parroco proprio il giorno di quel lontano Natale del ’46 .
Fu così che, l’anno seguente, i miei genitori, in accordo col Prete, mi mandarono in collegio a Ronzano, sopra Bologna, di fronte al Santuario di San Luca.


n.d.
oggi dicono che la violenza, i bambini, l’apprendono dalla televisione... ; sarà anche vero, ma nel ’46 ancora non c’era....e noi ragazzetti, purtroppo, l‘imparammo alla scuola della guerra vera !





Un Natale davvero speciale
di Danila Oppio






OGGI:


Alina si trova sola a dover accudire a tre bambine, le sue figlie di cinque, tre e un anno. Accadde quello che succede sempre più spesso.




IERI


Suo marito Adan partì dall’Albania verso l’Italia, in cerca di lavoro, trovandolo presso un’impresa edile. Dopo qualche tempo, si fece raggiungere da sua moglie con le figlie Adana e Argjela e, baraccati in una fabbrica in disuso, si arrangiarono come poterono, in quegli stanzoni nei quali altri disperati condividevano gli stessi spazi. Non vi era riscaldamento, né acqua potabile, né luce. Sempre meglio che dormire all’addiaccio. La paga di Adan non copriva che una parte di quanto occorreva per la sopravvivenza della sua famigliola, così la lui e i suoi cari ottennero un pasto caldo presso la mensa della Caritas, oltre ad indumenti e coperte. Per quattro bocche da sfamare, non bastava. Inoltre era in arrivo la terza figlia. Adan lavorava soprattutto in estate, quando i cantieri erano in piena attività, ma un malaugurato giorno, qualcosa non andò per il verso giusto. Il ponteggio sul quale Adan era salito, crollò. Per l’albanese non ci fu scampo.
Arrivò l’inverno, nacque Alena e in quel capannone dismesso, il freddo era insopportabile e ogni sorta di malattie in agguato. Un’anima buona mise a disposizione due locali modestamente arredati. Le piccole furono accolte al nido e scuola per l’infanzia, così durante il giorno la mamma poteva lavorare come colf. Ma la sera, quando Alina rientrava in casa con le figlie, la solitudine e il dolore l’assalivano con prepotenza. L’assistente sociale s’impegnò come poteva, ma nessuno dona mai il cuore per intero.


OGGI:
Natale è alle porte, bussa a quelle di tutti come all’uscio di Gemma. Lei sta pensando ai regali, agli addobbi, al pranzo speciale, come tutte le madri di famiglia. Da anni è persuasa che il Natale abbia perso la sua vera configurazione. Oramai è solo una sarabanda di gesti inutili. Gemma ebbe un’idea che spera condivisa dalla famiglia.
Il giorno è giunto, tutto è pronto. La tavola imbandita di ogni ben di Dio. Sotto l’albero, una quantità di pacchetti luccicanti. Creata l’atmosfera, mancano solo gli ospiti. Gemma sale in auto e percorre qualche chilometro. Suona al campanello, e un vociare di bimbi giunge alla porta.
  • Ciao Alina, scusami tanto, ma ho bisogno di te.
  • Oggi è Natale, signora Gemma, devo lavorare anche in questo giorno?
  • Forse…
  • Ma…e le bambine?
  • Portale con te, chiudi l’uscio e andiamo.
Arrivata a casa, Gemma apre la porta e…sorpresa! Tutti i presenti corrono incontro ad Alina e alle piccole, che coccolano subito. La giovane albanese rimane impettita poi chiede:
  • Da dove devo cominciare?
  • Coll’andare in bagno a lavare le manine alle bimbe e poi…a tavola!
Le bambine non avevano mai visto un albero di Natale e neppure il presepe. Mille domande, tante risposte.
Finito il pranzo, e consumato il dessert, una vera novità per le bambine, Gemma dice alle piccole:
  • Andate sotto l’abete, quei pacchetti sono per voi.
  • Ma, signora Gemma – interviene Alina – quali?
  • I regali sotto l’albero di Natale sono TUTTI per voi.
Gemma era certa che Adana, Argjela e Alena non avessero mai avuto giocattoli, inadeguati alle possibilità economiche della mamma, e neppure avessero mai indossato un abitino nuovo, ma solo quelli usati, che ricevevano dalla Caritas. Non mancava neppure una busta, contenente del denaro, per Alina.
  • E a voi nulla?
  • Il nostro regalo l’abbiamo già ricevuto. Siete voi il nostro dono speciale! E’ leggere la felicità negli occhi delle tue bambine! Credimi, Alina, è il Natale più bello che abbiamo trascorso da anni. E tutto per merito tuo.
Lo spirito del Natale non si riveste di luci splendenti, di festoni luccicanti, e non si nutre di cibi opulenti. Il suo significato più profondo è racchiuso in una sola parola: AMORE.


martedì 14 novembre 2017

Lendinara, l’Atene del Polesine, di Renzo Montagnoli




Lendinara, l’Atene del Polesine
di Renzo Montagnoli




Il Polesine è una zona che corrisponde all’incirca alla provincia di Rovigo, racchiusa fra due grandi corsi d’acqua, il Po e l’Adige. Benché presenti note caratteristiche di interesse, soprattutto per quanto concerne le architetture di non suoi pochi centri, è scarsamente conosciuto, nel senso che non attira la moltitudine di turisti che invece affluiscono nella confinante provincia di Ferrara. Quali siano i motivi di questo suo quasi isolamento non sono del tutto noti, ma certo il fatto d’essere considerato una terra paludosa, soggetta più di altre alle alluvioni del Po, contribuisce non poco a renderlo poco appetibile, anche se le bonifiche che sono state fatte hanno risanato gran parte del territorio, in cui ancora esiste il flagello delle zanzare, anche se, a differenza di un passato non molto lontano, la malaria appare definitivamente debellata. Eppure, come ho dianzi scritto, motivi per una visita non mancano, perché ci sono dei paesi che hanno un loro riflesso culturale per nulla disprezzabile e uno di questi è Lendinara.
Distante 16 chilometri dal capoluogo di provincia Rovigo conta all’incirca 12.000 abitanti ed è divisa in due dal fiume Adigetto. Fin dal XVIII secolo gode dell’appellativo di Atene del Polesine per i tesori artistici che la caratterizzano. Ed è di questi che conviene parlare, tralasciando volutamente le attività produttive che, se pur di non rilevanti dimensioni, sono tuttavia presenti.
Sull’ampia e bella piazza centrale, dove svetta una colonna con in cima il Leone di San Marco (questo un tempo era territorio della Serenissima) si affacciano il Palazzo Comunale, eretto dagli Estensi nel XIV secolo e ora sede del Municipio (all’interno è possibile ammirare nella sala canoziana una grata monacale lignea a intaglio e traforo, risalente al 1447, e realizzata in stile gotico dai famosi fratelli lendinaresi Lorenzo e Cristoforo Canozi) e la Torre dell’orologio, un tempo uno degli ingressi del borgo, successivamente trasformata in torre campanaria e dotata di orologio solo nel XVII secolo. 




Peraltro Lendinara è ricca di testimonianze architettoniche come il Palazzo Pretorio, uno dei più antichi del polesine, il bel palazzo Ca’ Dolfin – Marchiori, eretto nel XVI secolo su progetto di Vincenzo Scamozzi, allievo del Palladio, i palazzi Malmignati-Boldrin (prima metà del XVI secolo), Cattaneo (pure XVI secolo), Malmignati (sorge sulla riva destra dell’Adigetto e risale al XVIII secolo), Perolari-Malmignati (si affaccia anch’esso sulla riva destra dell’Adigetto ed è stato edificato nel XVI secolo), il Teatro Ballarin, eretto nel XV secolo dagli Estensi con lo scopo di farne un magazzino di granaglie, trasformato in teatro solo nel XIX secolo.


Queste sono le architetture civili di maggior risalto, ma non mancano quelle religiose e fra queste mi corre l’obbligo di dire due parole sul Santuario della Beata Vergine del Pilastrello, santuario mariano che fu edificato nel 1576 a seguito di numerosi eventi miracolosi avvenuti negli anni precedenti del secolo stesso, legati all’acqua di una fonte con grandi poteri taumaturgici e che poi venne anche deviata all’interno della chiesa, dove si trovano numerosi affreschi e tele e fra queste un pregiato lavoro di Jacopo e Domenico Robusti, rispettivamente padre e figlio, di cui il più noto è il primo, senz’altro più conosciuto con l’appellativo di Tintoretto.


Il duomo di Lendinara è la Chiesa di Santa Sofia, costruita nel lontano 1070, ma successivamente ampliata più volte; a fianco si erge la torre campanaria, realizzata fra il 1797 e il 1857, che, con i suoi 92,5 metri è una delle più alte d’Italia.


Pregevole è poi la Chiesa di Santa Maria e Sant’Anna, edificata nel 1433 e che all’interno presenta un’interessante tela di Andrea Vicentino.


Esistono poi altri edifici religiosi, a mio avviso, validi, ma di minor interesse e sui quali pertanto non mi soffermo.


C’è poi qualche cosa che non è esattamente identificabile, ma che è frutto di un insieme di opere d’arte, di natura (l’Adigetto ha un suo particolare carisma), di gente, di negozi, di ciottolati, che fanno respirare un’aria d’altri tempi, quella magica atmosfera che si incontra in tanti borghi italiani e che è la chiave del loro successo. Sì, credo proprio che l’appellativo di Atene del Polesine sia meritato e che quindi una visita sia raccomandata. Io ci sono stato alcune volte, in occasione della premiazione di un concorso letterario, ideato e ben organizzato da Gloria Venturini, L’arcobaleno della vita, diventato ormai un classico, con la partecipazione di poeti e narratori non solo italiani.
Come arrivare a questa piccola, ma splendida realtà?
Se si usa l’automobile ci sono la Superstrada Transpolesana, una strada regionale e l’autostrada A13 (BO-PD), con uscita a Rovigo.; con il treno c’è la linea Verona – Rovigo, con fermata alla Stazione di Lendinara.
Per il dormire e il mangiare, per maggior completezza e brevità, rimando a questo link del comune di Lendinara:






Autunno, di Danila Oppio





Autunno
di Danila Oppio




S’alza presto all’alba la leggera bruma
Che al suo apparire tutt’intorno s’abbruna.
Il pallido sole, al far del giorno appare,
e la densa foschia solleva e scompare.


Le foglie ingiallite dalla lieve brezza
Ondeggiano tremule alla sua carezza.
E il rosseggiare del pruno e dell’acacia
Sono timide bimbe, che sole bacia.


Verso sera, cade una sottile pioggia
da nuvole strizzate che il cielo sfoggia
tali fossero bianchi panni da sciacquare
la terra potranno così dissetare.


Castagne e marroni rosolati al forno
Sono deliziosi doni in questo giorno
d’autunno, e bei grappoli d’uva dorati
dal dolce gusto soddisfano i palati.


Rinnova la natura a ogni stagione
E offre quel che produce e con ragione
Coi primi freddi bisogna ben mangiare
Alle calorie non si può rinunciare.


Benvenuto autunno, con le calde sciarpe
per riparare la gola, e calzar le scarpe
più pesanti per tenere i piedi al caldo
a fronteggiare il primo freddo spavaldo.

La musica di sottofondo:




Il giardino di Monet, di Maria Attanasio




Il giardino di Monet
di Maria Attanasio



Vorrei portarti nel giardino di Monet
solo per farti respirare l’aria limpida di neve,
per lasciarti vivere lì a stagione
mese dopo mese, ricominciare seguendo il seme
che diventa fiore, aspettando la gazza
e il suo richiamo da ladra,
guardando i cerchi sull’acqua tra le ninfee
e morire così, perché alla fine si deve.


La musica di sottofondo:

La luce, di Renzo Montagnoli




La luce
di Renzo Montagnoli




Una luce che non vedi
se non come un tenue chiarore
il caldo seno di una mamma
mani femminili nei capelli
gioie che quasi non rammenti
il dolore di troppe dipartite
fra memorie e oblii non voluti
si dipana una vita
ed è ancora una luce
che ti accompagna
un barlume che lento
si spegne
sfuggendo a ogni logica.


Da La pietà


La musica di sottofondo:












Ti cerco, di Tinti Baldini




Ti cerco
di Tinti Baldini




Ti cerco
tra le canne del nostro lago
tra le foglie del tasso in giardino
tra i nidi di rondinini
tra le canzoni sullo spartito
Nei mucchi di foto
ormai ingiallite
tra Mozart e Bach
tra le mie rughe
e i capelli bianchi
negli occhi color the
dei nostri piccoli amori
ma non sempre ti trovo
se non velato e sopito
amore mio

La musica di sottofondo: