sabato 19 novembre 2016

Quisquiglie di ottobre 2016, di Renzo Montagnoli

Quisquiglie di ottobre 2016
di Renzo Montagnoli


Doping e antidoping


Ormai è assodato che il doping infesta lo sport mondiale e non c’è disciplina che ne appare immune. Per quanti sforzi facciano quelli dell’antidoping gli atleti sembrano essere sempre un passo più avanti e spesso i rei vengono scoperti con notevole ritardo, anche di anni. Addirittura c’é un doping di stato, cioè talmente diffuso, da sembrare una pratica imposta a chi fa sport in una determinata nazione. Ricordate l’esclusione di molti atleti russi dalle recenti olimpiadi di Rio? Putin e soci non l’hanno presa bene, anzi hanno parlato di un vero e proprio complotto, però sono stati calmi a leccarsi le ferite e intanto non meglio identificati hacker, ma certamente russi sono riusciti a entrare negli archivi riservati della Wada (World Anti-Doping Agency), la potente organizzazione volta a contrastare il fenomeno dell’assunzione di sostanze dopanti. E che hanno trovato? Che non pochi atleti, di fama mondiale, sono di fatto autorizzati a ricorrere a sostanze proibite per curare malanni di cui sono affetti. C’è un campionario incredibile di allergici, di asmatici e addirittura di diabetici che ricorrono a medicinali che innalzano anche le prestazioni. Sarà vero che sonio tutti malati? Non é per sfiducia innata, ma nutro più di un dubbio, tanto che ritengo calzante la massima di Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.






Schiappa e Schiaparelli


Strombazzata ripetutamente la missione europea su Marte, a cui ha dato un notevole contributo l’Italia, si è purtroppo conclusa male. La sonda, anziché effettuare un atterraggio morbido, si è schiantata sulla superficie del pianeta rosso. Pare che l’inconveniente sia stato un errore nel programma di discesa che ha fatto spegnere i retrorazzi ben prima del tempo. La scienza è costellata di insuccessi, utili, però, se considerati tali, per esiti successivi più favorevoli. Purtroppo noi abbiamo fatto una figura barbina, a partire dal Presidente del Consiglio che ha osannato l’esito positivo prima ancora che la sonda atterrasse, e poi dopo, con tutta una serie di interventi di giornalisti televisivi e anche di alcuni scienziati che non solo hanno cercato di minimizzare l’insuccesso, ma addirittura hanno attribuito alla missione un risultato eccezionale, a dimostrazione che si propina volentieri la menzogna. Infatti sarebbe bastato dire che tutto era andato bene, che il mancato atterraggio morbido era sì un insuccesso, ma rappresentava un’utile esperienza per il seguito: un po’ di verità e di umiltà non guastano mai.






Il presidente ombra


Che Sergio Mattarella non abbia manie di protagonismo è indubbio, ma è altrettanto vera che la sua immagine non riluce quanto la carica che riveste richiederebbe. Deve essere un buon uomo, onesto e anche capace, ma dovrebbe, secondo me, essere più presente fra gli italiani, avere un po’ di iniziativa, dimostrare che il suo incarico non è onorifico. Ogni tanto ha qualche buona uscita, ma è un piccolo lampo nell’ombra in cui si è rinchiuso.


Terremoto, dal dolore alla rabbia, di Ferdinando Camon


Terremoto, dal dolore alla rabbia

di Ferdinando Camon


 

"L'Arena" 29 agosto 2016 


 Il procuratore capo di Rieti e la procura di Ascoli Piceno aprono ufficialmente un’indagine sulle case crollate nel terremoto, per “disastro colposo”. Imbocchiamo una strada che ci riempie di vergogna e di collera: questo terremoto finirà come tutti gli altri, con le accuse ai costruttori e ai controllori di non aver fatto bene il loro lavoro. Di aver usato materiali scadenti per risparmiare. Di aver finto i collaudi senza farli veramente. Ormai siamo famosi nel mondo per questi trucchi. Il mondo ci ama, ricorda i nostri morti nei concerti, nei giornali, nelle tv, ma ci disprezza. Avevamo delle colpe in Irpinia, all’Aquila, in Emilia-Romagna, saltano fuori colpe anche qui in Amatrice e dintorni? Quel che vediamo dovrebbe muoverci alla pietà per l’ecatombe di morti, all’ammirazione per il coraggio dimostrato nei soccorsi, ma il sentimento che comincia a prevalere adesso è un altro: la collera. Perché si raccolgono solo adesso i pezzi dei muri e si guarda cosa contengono? Non bisognava farlo quando avveniva la costruzione? Qui ci sono anche costruzioni pubbliche, pagate con i soldi di tutti, non si doveva controllarle in corso d’opera? Queste costruzioni, una volta terminate, sono state approvate da una commissione di collaudo. Se i materiali non erano idonei (poco cemento o poco ferro), se c’era una sproporzione nei pesi (pilastri leggeri, tetti pesanti), vuol dire non solo che i lavori sono stati truccati, ma che i controlli sono stati falsati. Vista la quantità dei morti, di che cosa possono essere accusati costruttori e controllori? Di truffa o di strage? Naturalmente, aspettiamo le indagini. Ma non è giusto che siano tardive e lunghe. Quand’era presidente Pertini ci fu un terremoto con distruzioni e morti, Pertini corse a vedere, vide i muri sbriciolati come se fossero stati incollati con lo sputo, chiese spazio nel tg1 e domandò: “Perché i costruttori non sono in prigione?”. Non è giusto che centinaia di famiglie siano travolte dal lutto e quelli che possono essere colpevoli o complici non vengano fermati. Come ha parlato Mattarella? Dalla diversità di linguaggio si misura la diversità caratteriale dei due capi di Stato. “Signora, lei ha il diritto di essere arrabbiata” risponde Mattarella a una donna che lo prega a mani giunte. Ma se quello è un diritto, dev’essere esaudito. Da chi può. I vigili del fuoco han consegnato alla procura di Ascoli una perizia che, dicono i giornali, può portare a indagare i vertici delle amministrazioni comunali, compresi i sindaci: se non sono corrotti (non oso pensarlo), sono incapaci. Ma ditemi voi: onestamente, per i morti che differenza fa?
www.ferdinandocamon.it







A stormi se ne vanno, di Renzo Montagnoli


                                                Foto di Renzo Montagnoli



A stormi se ne vanno
di Renzo Montagnoli


Già s’avverte l’autunno
in questi giorni freschi
con l’aria increspata
da un venticello lieve
che raccoglie le prime foglie
che cominciano a cadere.
La luce nel giorno
lenta si appanna
e il cielo ogni tanto
s’oscura di stormi diretti a sud.
Già gli uccelli paventano
il freddo umido dell’autunno
e s’involano per altri luoghi
in cui il sole sempre splenda
e riscaldi i loro cuori.
A stormi se ne vanno
con continui richiami
a chi ancora si attarda.
É uno strepitio a tratti intenso
suoni che vagano nell’aria
quasi a urlare
che il tempo stringe
e occorre andare in fretta.
Ma a breve
resteranno il silenzio
la nebbia greve
i rami spogli gocciolanti
il cuore rattristato
i lunghi sonni
in giorni lenti
e senza luce.




Da Lungo il cammino


La colonna sonora:





La dolcezza della sera, di Giovanna Giordani


                                          Foto di Renzo Montagnoli


La dolcezza della sera
di Giovanna Giordani


Un brivido
attraversa l’aria
all’abbandono lento
del sole


D’intorno
una  muta dolcezza
si espande
nell’accogliere il sonno
calante
sull’amato sguardo
del giorno.


La colonna sonora (famosissima):








Orologi, di Nino Silenzi

                                                 Foto da web



Orologi
di Nino Silenzi



Ho tanti orologi in casa,
uno o due o più in ogni stanza,
che mi controllano
che m'inseguono
che mi segnano la vita
con il loro frenetico
ticchettio
o con le loro luci
ammiccanti.
Scherani di Cronos
fagocìta delle mie ore,
ladro di speranze e d'illusioni?
Forse solo amici annoiati
che ripetono sempre
la stessa cosa:
-Il tempo passa!-

Il mio preferito è una vecchia sveglia
rotonda
col bordo rosso e quadrante bianco,
ore in blu chiaro,
sferette nere con punte fosforescenti,
due campanelli rossi sulla sommità.
Ogni tanto si ferma
finalmente!
È a carica manuale.
Il suo affannato battito
mi riporta a quando ero fanciullo,
a quando non guardavo le ore fuggenti.
Cronos dormiva lontano,
il suo ansito non m'incalzava
ansioso, non lo sentivo,
non sentivo la sua ticchettante
cantilena, proteso ad altro.
Ora mi perseguita.


La colonna sonora:

https://www.youtube.com/watch?v=kzn5QeivM3w

Armando il contadino, di Stefano Giannini

Armando il contadino
di Stefano Giannini






Anche quel giorno, Armando, come tutti gli altri contadini della zona, si alzò dal letto in piena notte, senza aver avuto abbastanza tempo di scrollarsi di dosso la stanchezza del giorno prima e, dopo aver svegliato con diversi scossoni il secondogenito di 14 anni, col chiarore lunare, si recò subito nella stalla a foraggiare le “ bestie”, poi fece colazione con pane, formaggio e una fetta di polenta con fagioli avanzata dalla sera prima. Quindi, con i buoi a “cavezza”, si avviò fischiettando verso il campo detto “degli ulivi” per riprendere l’aratura sospesa la sera innanzi. Ancora gli frullava per la mente come un tormento il richiamo che il martedì scorso in piazza del mercato gli aveva fatto il fattore: “Armando, sei ancora indietro con l’aratura quest’anno,datti da fare fin che la terra è secca; le stoppie da arare sono tante, dovresti iniziare un’ora prima al mattino”.
No…! Proprio lì davanti a tutti non me lo doveva dire quella carogna!” pensò. Quella frase non riusciva a mandarla giù. “ Iniziare un’ora prima …, facile per lui che si alza alle otto col sole già alto, mentre io sto in letto non più di quattro ore per notte “. Era talmente stanco che appena si coricava restava stecchito come un baccalà. Perciò non gli riusciva difficile rispettare il proverbio che dice: “ luglio e agosto moglie mia non ti conosco “. Ma si consolava pensando che poi, nelle lunghe notti invernali, avrebbe recuperato, sia il sonno che gli intensi e appassionati amplessi muliebri forzatamente sospesi in questo periodo. Stava attaccando l’aratro “Melot” al tiro dei buoi, quando dall’orologio del campanile di Montepetra s’udirono distintamente battere quattro rintocchi.    Si era nel cuore d’agosto. Il solleone stabiliva i tempi di lavoro. Per sfuggire alla calura delle ore centrali del giorno era costretto ad arare al mattino presto, e qualche ora della sera prima di notte.
Quando la stoppia era molto arida, l’aratro spesso s’impuntava, i buoi sotto sforzo, rallentavano il passo, poi, con una sbuffata, quasi un atto d’orgoglio, strappavano e rivoltavano quelle zolle massicce e dure come pietre, proseguendo spediti, l’uno nel solco e l’altro sopra, nella stoppia.
Armando, con le sue grosse mani callose, stringeva saldamente i manici dell’aratro e incitava continuamente i buoi, con voce decisa e forte: “ Va aoh ! Dai Rò tira ! Sta te soic Bì !” (Ro era il bue di sinistra, Bi quello di destra che avanzava stando nel solco) Ogni tanto, se battevano la fiacca, gli allungava, quasi dispiaciuto, qualche frustata sulla groppa, senza fargli troppo male.
Alle volte, specialmente quando le bestie che tiravano l’aratro erano due paia, a guidarle, tenendole per la “cavezza”, toccava alla moglie o al figlio Vittorio, ancora ragazzetto, costretto anch’egli ad alzarsi con il padre nel bel mezzo del sonno come quel giorno.
Da una parte all’altra della vallata, fra i Monticcioli e Sapigno, echeggiavano le grida degli uomini che incitavano gli animali a tirare l’aratro con lena e mantenerlo in linea col solco.
In quei giorni si potevano contare, a vista, anche dieci/dodici paia di buoi, che contemporaneamente aravano i campi stesi lungo le dorsali della media Valle del Savio.
Dai pollai delle case sparse, i galli salutarono alla loro maniera, il giorno che stava per nascere ed il cane dalla sua cuccia, disturbato, rispose con lunghi latrati.
Lentamente, verso Montespellano, apparve un bagliore rosiccio, sempre più luminoso, che preavvisava l’imminente arrivo dell’aurora. Pian piano il chiarore lunare si spense e la luce dell’alba ebbe il sopravvento inghiottendo tutte le ombre cupe della notte.
Una grossa palla rosso fuoco s’affacciò, enorme, dalla cresta del monte a levante e, lentamente, s’innalzò nel cielo ancora grigio.
Le querce e le robinie del “cavedale”, che prima sembravano nere, ripresero il bel color verde, e fra i loro rami, i passeri, già svegli, cinguettavano in coro, imitando il chiacchiericcio delle comari al lavatoio, mentre i grilli ad uno ad uno abbandonavano il concerto riponendo lo strumento nella custodia.
L’aria era ferma, sana e frizzante. Entrava nei polmoni risvegliando e tonificando tutto il corpo assonnato. Intanto, la luce del sole, festeggiava il suo trionfo con la vittoria sul buio della notte.
Quando il sole era già alto nel cielo, ma ancora i suoi raggi non scottavano tanto, dietro al doppio filare di viti, avanzò lesta, la Gardina (moglie di Armando), portava in testa, un cesto di vimini coperto da un tovagliolo a quadretti rossi e blù, contenente la seconda colazione per il marito e suo figlio: una pagnotta di pane, cotto nel forno a legna, un mezzo formaggio di pecora, quattro salsicce secche ed un fiasco di vino rosso.
Dopo aver steso un telo per terra, tutti e tre, seduti sull’erba, divorarono il cibo con molto appetito. Nelle vicinanze i buoi ruminavano tranquilli, aspettando di ritornare presto nella stalla a mangiare anch’essi erba fresca nella greppia.
I tre si scambiarono solo qualche breve frase. Armando ordinò alla moglie di falciare un’anta di erba medica, del campo di mezzo, per le bestie, e al figlio, il quale stava tagliando le ultime fette di formaggio, disse: “ Ragazzo ! Più pane e meno companatico, è da ricchi fare il contrario ! 
Dopo mezzora di sosta ristoratrice, Armando,riprese ad arare con il solito ritmo; l’eterna cicca fra le labbra, la frusta stretta sulla destra assieme al manico dell’aratro, avanzava curvo sul solco passo dopo passo con la terra smossa che gli riempiva le vecchie scarpe sdrucite e senza lacci.
Verso le nove, il sole già in mezzo al cielo, iniziò a scottare, il sudore a colare sul viso rugoso del contadino e la groppa accaldata dei buoi prese a fumare; il figlio osò dire: “oh babbo, è un caldo boia, i buoi sono sudati, andiamo a casa ? “ Armando secco rispose: “ Fatti forza ragazzo… ! Facciamo ancora due solchi per finire questa “anta” e poi andremo a casa !”
Saranno state le dieci, quando staccato l’aratro, e attaccato i buoi al carretto con la grossa gerla colma d’erba, lentamente, si avviarono verso casa.
Dopo aver desinato e schiacciato un pisolino all’ombra del pagliaio, verso le cinque del pomeriggio, Armando, ancora stanco morto, riprese ad arare fino a sera. Così per diversi giorni.  Alla faccia del fattore mai contento.
Terminato un campo ne iniziava un altro: dopo il campo degli “ ulivi”, c’era da arare il campo dei “ sabbioni ”, poi la “ piana” e il campo del “fosso”.Sperando sempre che non piovesse, altrimenti doveva sospendere l’aratura anche per dieci giorni a causa della “rimbrasèta”.(termine dial.) (Fenomeno che accade con le prime scarse piogge che non arrivando in profondità fanno fermentare la terra).
Tutti i campi da arare, in precedenza, erano stati “ spalmati” a dovere con tanto letame della concimaia.
Completata l’aratura, doveva subito falciare il secondo taglio del fieno, irrorare le viti con lo zolfo e il solfato di rame .
Non v’era mai sosta per gli Armando e le loro famiglie di queste, ed altre contrade montane. C’era sempre qualcosa d’urgente e faticoso da sbrigare.
I lavori nei campi non finivano proprio mai, uno a seguito dell’altro, e spesso s’accumulavano.
In giugno c’erano il grano e l’orzo da mietere e trasportare nell’aia, il primo taglio di fieno da falciare, le viti da zappare, impalare e irrorare. Era un’intensa e lunga faticata che durava otto/nove mesi dell’anno.
In ottobre si doveva raffinare, con la zappa, il terreno arato, spaccando le zolle più grosse e ripassarlo con l’erpice. Prima che iniziassero le piogge d’autunno, occorreva approfittare delle bonacce per seminare il grano. Con la seminatrice, coloro che fortunatamente la possedevano.
Armando, invece, alla vecchia maniera : il sacchetto del grano attaccato alla cintola, lo spandeva a mano con larghe bracciate, camminando a passo lungo, su e giù per il campo di semina.
Subito dopo, con la zappa, tracciava lunghi solchi trasversali per lo scolo delle acque piovane.
Alla fine, ad Armando, restava solo la speranza, che il grano, germogliasse bello verde e rigoglioso, che piovesse nel tempo giusto, e specialmente, che non cadesse la grandine a distruggerlo quando, già alto, avrebbe messo la spiga .
Per tenere lontano tutte le eventuali disgrazie e maledizioni che potessero abbattersi sul suo seminato, la domenica delle Palme, Armando, come da tradizione, dopo aver preparato con delle canne diverse croci e dopo avervi incastrato in mezzo a ciascuna un rametto di palma benedetta, ne piantava una nel bel mezzo d’ogni campo. Le riteneva più efficaci dello spaventapasseri.
Poi, fiducioso, rivolgeva una supplica al Signore, alla Madonna e a S. Giuseppe affinché proteggessero i suoi campi seminati, fino alla trebbiatura.
 
Negli anni 60, dopo la morte del padre, il figlio Vittorio acquistò il trattore. Da quel giorno non solo l’aratura, ma anche la vita del “contadino” che per secoli era rimasta immutata, di colpo cambiò radicalmente, certamente in meglio.

 




Il prete rosso, di Renzo Montagnoli

Il prete rosso
di Renzo Montagnoli




Il Guercio amava poco parlare della sua esperienza partigiana e proprio per questo diventavo sempre più curioso, gli rivolgevo domande, a cui non rispondeva, oppure si limitata a una sconsolante alzata di spalle. Rammento che una sera fui particolarmente incalzante, al punto da indispettirlo e farlo sbottare in una frase che sembrava definitivamente conclusiva. “Non mi piace parlare di guerra, di morti, di rastrellamenti, di torture; io ero là, fra i ribelli, come avrebbe dovuto esserci ogni uomo amante della libertà e della pace, ma se non mi pento di questa scelta, non passa giorno che non provi rimorso per qualche vita che ho tolto”.
Rimasi un paio di minuti in silenzio e poi mi venne del tutto naturale dirgli che la mia non era semplice curiosità, ma il desiderio di uno che voleva sapere, voleva conoscere.
Restammo zitti entrambi per un po’, poi mettendomi il volto fra le mani, sbottai: “Possibile che non ci sia un ricordo determinante, un personaggio unico, qualcuno che tu non dimenticherai mai e che dalle tue parole sarà per me altrettanto indimenticabile?”.
Sospirò e cominciò a raccontare.
<< Ti dirò del prete rosso, un uomo che se fossero tutti così i preti, la Chiesa sarebbe ben diversa e sarebbe veramente la casa di Dio. Don Severino Fancelli, così si chiamava, era il parroco di un piccolo paese dell’Appennino modenese, talmente piccolo che la minuscola chiesa avrebbe potuto raccogliere tutti i suoi abitanti per la Messa. Era povera gente, sempre stata povera, e con la guerra si era immiserita ulteriormente; quindi questo prete non poteva fruire di particolari prebende, tanto che per mantenersi faceva diversi lavori a seconda della stagione: nei campi in primavera e d’estate, campi di altri, beninteso, perché lui non possedeva nulla, e con l’avvicinarsi della brutta stagione dava una mano ai carbonai. Era talmente povero che portava lo stesso paio d scarpe da almeno dieci anni, scarpe a cui dedicava una cura particolare, con un’abilità manuale che gli derivava dall’esperienza. Mangiava quel che riusciva a trovare, cioè sempre poco, e non era quindi uno di quei reverendi ben pasciuti che si possono trovare con una certa facilità nelle parrocchie; no, lui era magro come un’acciuga, forse anche per costituzione fisica, ma certo con quel poco di cui si alimentava non sarebbe mai potuto ingrassare. Sempre contrario a ogni forma di violenza, era diventato subito inviso ai fascisti, di cui aveva assaggiato più di una volta il manganello e l’olio di ricino. Ma lui non stava zitto, perché la domenica a Messa predicava ai suoi parrocchiani il rispetto per le idee altrui e la temperanza. Con l’avvento della guerra, poi, aveva cominciato a calcar la mano e i suoi sermoni, senza mai essere violenti, incitavano a non prendere le armi, a non andare a militare, al punto che per il suo comportamento subì una denuncia, che solo grazie al suo vescovo non ebbe conseguenze. Questi lo invitava a essere prudente, a non esporsi, ma erano parole al vento. Restò buono per alcuni mesi, anche perché per una nefrite dovette lasciare temporaneamente la parrocchia e andare in un ospedale. Ritornò dai suoi fedeli agli inizi del settembre del 1943, cambiato come notarono alcuni, ma men che meno remissivo, anzi le sue prediche estesero il campo d’azione, chiamando in causa i ricchi che fanno fare la guerra ai poveri e auspicando un mondo in cui tutti fossero proprietari solo di se stessi, tutti uguali, tutti insieme per il bene comune. Da lì venne il soprannome di prete rosso, e non per i capelli, che erano biondicci. Ebbi modo di conoscerlo dopo l’8 settembre, quando cercai di unirmi ai partigiani; fu lui a farmi da tramite, a ospitarmi per due giorni nel minuscolo appartamento annesso alla chiesa, a dividere con me il suo scarso cibo. E dato che io non ero arrivato a mani vuote, ma portandomi dietro tre salami e due prosciutti mi fece una proposta che all’inizio giudicai oscena. Mi guardò con due occhi fermi, due occhi grigi determinati, ma che esprimevano anche dolcezza: “Tu vuoi che li mangiamo? Forse non sai che in paese ci sono un paio di persone seriamente malate e che avrebbero bisogno di mettere sotto i denti qualche cosa di sostanzioso; io e te in fondo non siamo malati, possiamo mangiare la zuppa di rape, ma loro, loro, se vogliono sopravvivere, hanno bisogno di roba nutriente e questa lo è. Aiutare chi ha bisogno sarà proprio di una società di domani, dove si è uno per tutti e tutti per uno. Molti dicono che sono un marxista, ma non so nemmeno che cosa voglia dire; io sono un cristiano e come tale devo comportarmi, non per obbligo, ma per convinzione. Vuoi ancora che ce li mangiamo?”. Abbassai gli occhi e feci cenno di no con la testa. Al che lui mi abbracciò dicendo: “Benvenuto, Annibale, nel regno dei giusti.”.
Dopo che ebbi raggiunto i partigiani, ebbi ancora alcuni contatti con lui, pochi, ma illuminanti. Ogni tanto scendevamo noi alla parrocchia a rimorchiare qualche nuova recluta, alcune volte veniva su lui, a informarci delle novità, dei movimenti dei nazifascisti. Era certo pericoloso per lui, tanto che gli proponemmo di lasciare la parrocchia e di unirsi a noi. “No – rispose – come posso abbandonare i miei parrocchiani nel momento del bisogno? Come posso dare conforto alle madri e alle mogli che si sono viste strappare i figli e i mariti? Come posso lenire la loro miseria se non predicando la speranza di un mondo migliore?”.
Ci guardammo in faccia sconsolati, ma sicuri che aveva ragione e allora gli proponemmo di portare con sé un’arma, una pistola. “Un’arma? Per magari uccidere un altro essere umano? No di certo, preferisco morire io.”
Lo lasciammo andare e rammento che fu l’ultima volta che lo vidi, perché, come poi venimmo a sapere, due giorni dopo piombarono in paese i fascisti e lo portarono giù a Modena. Per tre giorni e tre notti lo sottoposero a torture perché volevano sapere dove eravamo e lui, per tre giorni e tre notti, stette zitto, nonostante i patimenti. Poi, all’alba del quarto giorno lo portarono al poligono di tiro e lo fucilarono. Sembra, che già legato al palo, con la vista annebbiava per le botte, abbia mormorato: “Io vi perdono, Dio non so, ma spero di sì, perché solo così un giorno potreste avere rimorso e diventare uomini veri.”
Il corpo fu messo in una fossa comune, ma i suoi parrocchiani, finita la guerra, andarono a prenderlo e lo portarono al paese, dove fu tumulato nel piccolo camposanto. Sulla lapide, oltre al nome, al cognome, alle date di nascita e di morte, misero questa iscrizione “Grazie, per la speranza che ci hai dato.”.
Spesso sono gli uomini migliori a morire troppo presto, come nel suo caso; resta il ricordo, incancellabile, di un uomo esile, quasi minuto, con gli occhi chiari e miti, un uomo che faceva però paura non solo ai nazifascisti per quel messaggio che indomabile portava avanti. Era forse utopia? Non lo so, forse sì, ma era bello, immensamente bello crederci.>>


Da Storie di paese