mercoledì 11 ottobre 2017

Amo così tanto il mare, di Carla De Angelis




Amo così tanto il mare
di Carla De Angelis






Amo così tanto il mare
che vedrei azzurra anche la morte
se mi cogliesse mentre nuoto
verso l’altra sponda


da Mi fido del mare (Fara, 2017)

La colonna sonora, celeberrima:



Autunno, di Mariangela De Togni






Autunno
di Mariangela De Togni




Alte cime guardano
con occhi di neve e sole,
ancora alte nella loro brevità
di cielo e arrese,
alla lentezza profumata
dell’autunno.


Da Frammenti di sale (Fara Editore, 2013)

La colonna sonora è ad hoc:




E poi è il silenzio, di Renzo Montagnoli





E poi è il silenzio
di Renzo Montagnoli




Nel caldo del giorno
l’aria immota
il cielo vetrificato
s’alza sommesso
un suono lontano.


Un’unica nota
un la che vibra assai piano
ma poco a poco
nel sole che scende
e lascia il posto alla sera


s’accompagna a un brusio
di insetti notturni
un coro smorzato
di bocche ben chiuse.
Ha un tono costante
quell’unica nota


ora potente
in crescendo di forza
è un canto d’addio
al giorno passato
che si spegne nell’eco
di quell’unico suono.


E poi è il silenzio
le luci ormai spente
la gente che dorme
il buio che in punta di piedi
avvolge ogni cosa.


E’ notte ormai fonda
ognuno riposa
ma lavora la mente
è giunto il momento
per infine sognare.




Da Lungo il cammino


La colonna sonora non poteva che essere questa:




La mia terra, di Vincenzo D’Alessio





La mia terra
di Vincenzo D’Alessio




La mia terra ha capelli
spettinati di donna acerba
faggete colme di aquiloni
siepi al sole.


Acqua che spira da caverne
pendici di castagni neri
noccioli avvinti al laccio
della luna. Fanciulla pura


che spia l’infinito, grave
di rocce sui crinali
secolare nelle chiese
di campagna. Ti amo


quando spremi
i succhi di settembre
come la sorte che segni
nella pace clandestina.





Da 
La valigia del meridionale e altri viaggi (Fara Editore, 2012)


La colonna sonora:






C’era una volta un re, di Marina Pasqualini






C’era una volta un re
di Marina Pasqualini




C’era una volta un re, che aveva vissuto la sua vita nell’agiatezza, ma aveva anche conosciuto periodi di povertà, prima di diventare re. Aveva conosciuto la prigione, ma non quella con le sbarre di ferro, bensì di un tipo ancora più doloroso, che era fatta con i limiti della sua mente. E poi la libertà, che ora gli esplodeva nel petto. Questo re aveva conosciuto tutto e il contrario di tutto, ed un bel giorno, affacciato alla finestra del suo palazzo, si fece una domanda, che lo lasciò interdetto: “Ma io cosa desidero davvero, e soprattutto, ho ancora desideri?”. Allora scavò nella sua mente e nel suo cuore, ma non ne trovò. Era come se un cerchio, alle sue spalle, si fosse chiuso, e lui non sapesse che farsene del tempo che si presentava al suo cospetto e che esigeva di essere vissuto al meglio. Rimase ore a contemplare il cielo, gli alberi, i fili d’erba e gli uccelli che volavano ignari dei suoi pensieri, dei suoi interrogativi. Temette che, se non avesse trovato una risposta, la sua vita futura avrebbe potuto snocciolarsi ed avvolgersi su se stessa, senza un vero scopo, senza sale e senza entusiasmo. Non era né triste né felice. Esisteva e basta, in quei lunghi momenti in cui si chiedeva: “Se mi chiedessero di esprimere ora un desiderio, anche il più improbabile, non saprei che dire” E questa cosa gli sembrava davvero molto grave. Ma niente, il tempo passava, quello strano giorno che aveva tutta l’aria di una resa dei conti, di un inventario, e nessuna ipotesi gli si affacciava alla mente. Poi, all’improvviso, si accorse che sì, un desiderio ce l’aveva, ed era quello di desiderare. Si vestì allora con abiti dimessi, liquidò le guardie, e si diresse fra la sua gente. Era giorno di mercato, i colori, i suoni e i profumi erano accesi, e parlavano di vita. E si mise ad osservare…C’erano i venditori che a squarciagola chiamavano probabili clienti, desiderando vendere loro le loro mercanzie. C’erano dei poveri che desideravano ricevere elemosine. C’erano bambini che per il solo fatto di esserlo, bambini, erano già felici. E il re si ritrovò a sorridere, contagiato da tale e tanta semplicità. Come invidiava i suoi sudditi, in quel momento, avrebbe quasi voluto essere uno di loro, per essere pervaso dal fuoco del desiderio, che in lui pareva ormai spento. A sera, il re dovette tornare nel suo palazzo, i suoi doveri lo reclamavano. Ma quella notte non chiuse occhio o, se lo fece per brevi momenti, sognò il mercato con le sue luci e il suo vociare, e si vide là in mezzo, uno dei tanti. Passarono i giorni ma il re non potè mai scordare le sensazioni provate in mezzo alla sua gente semplice. Si immaginò il resto della sua vita in mezzo agli agi, ai suoi cortigiani ben vestiti, alle sue suppellettili d’oro. Si chiese se mai qualcuno lo avesse amato e rispettato per il solo fatto di essere lui, e non un re da temere e osannare. Ma questo non avrebbe mai potuto saperlo, se lì fosse rimasto. Scrisse una lettera, quella notte, ove annunciò di voler abdicare, raccolse pochi abiti e pochi denari, e lasciò il palazzo reale. La sua vita senza desideri gli stava ormai stretta, e sentiva che era priva di senso. Lo aspettava un futuro incerto, ma nel preciso istante in cui si incamminava verso la sua nuova vita, sentì come uno sfarfallio d’ali in pectore: il fuoco nel camino del suo cuore si stava riattizzando e la sua età sembrò non avere età. Lo attendeva la leggerezza dell’imprevisto. E divenne finalmente re, sovrano della sua vita.






Con la veletta sugli occhi, di massimolegnani





Con la veletta sugli occhi
di massimolegnani




Amavo in lei il furore e il distacco nel piacere, i gusti raffinati, la smania di tormentarsi l’anima e quell’acquietarsi improvviso in un equilibrio raro. Amavo il suo infuocarsi in una partigianeria smaccata, lo scegliere d’impulso il lato su cui stare e quel suo starci poi con convinzione fino al prossimo tormento dello spirito. Amavo l’eleganza dei suoi gesti erotici, le serissime invenzioni dell’istinto, e soprattutto amavo il suo pudore nascosto sotto una sfrontatezza in crosta. Amavo il modo strano del suo amore e la sua rabbia quando ero troppo tiepido. 
Sì, amavo in lei tutto ciò che mi era differente, l’incolmabile distanza dal mio mondo: io, previdente e prevedibile, non facevo un passo che non fosse ponderato, lei che se la guardavi camminare accanto a te, non potevi indovinare il passo successivo. 
Lei una specie di ossimoro, io una frase correttamente piatta. 
Come poteva durare? Ma soprattutto come era potuta cominciare? 
Ancora mi stupisco. 
Quella sera, nel caos di una festa a casa di amici comuni, l’avevo persa quasi subito di vista. La ritrovai in terrazza che beveva vino bianco al buio. Era vestita in modo eccentrico. Per rompere il ghiaccio feci una battuta, quegli scarponcini di vernice nera su una gonna lunga e vaporosa erano un contrasto davvero eccessivo. Lei senza voltarsi mi sibilò un Piantala secco e definitivo. Non mi offesi e per puntiglio restai lì al suo fianco senza ribattere. Mi appoggiai anch’io alla balaustra e per un tempo lungo ci spartimmo il silenzio e lo sguardo sperso sulle luci delle macchine che lontane risalivano la valle. 
Quando finalmente i nostri occhi s’incrociarono, in un soffio caldo mi disse Portami via di qua. Ce la filammo mano nella mano, scendendo le scale a balzelloni, improvvisamente allegri. 
Si fece loquace nel nostro peregrinare insoddisfatti da un luogo all’altro. L’ascoltavo volentieri raccontarmi, seduti in un locale di quart’ordine, la delusione dell’esame d’italiano alla maturità, come fosse accaduto ieri e non vent’anni prima, e poi spiegarmi la posizione delle stelle mentre eravamo sdraiati sull’erba a San Michele. Tentai di baciarla ma lei mi disse un no tranquillo, riprendendo a parlarmi di Sirio e Orione. Rinunciai ad altre iniziative e mi adeguai al ritmo della notte scandito dalle sue parole e dai suoi silenzi. 
Però non mi sorpresi quando mi disse “Andiamo a casa mia, come fosse l’unica cosa logica da fare. 
Eravamo già nudi, quando lei si staccò da me e sparì in un’altra stanza. Riapparve poco dopo con un cappello in testa dalla foggia antiquata, di quelli minuti e tondi come una ciambella che qualcuno ancora usa ai matrimoni. 
Nuda, con il cappello in testa, poteva sembrare ridicola, ma io non risi. Intuivo una serietà speciale in quell’incedere solenne. Senza parlare risalì dai miei piedi come fosse fiume il mio corpo e lei il salmone che ritorna. 
A cavalcioni su di me abbassò lentamente la veletta sul viso. 
Perchè? le chiesi dispiaciuto.
Mi rispose con dolcezza: I miei occhi, la mia bocca, troppa timidezza, non reggerebbero il tuo sguardo. 
E mi amò in un silenzio rotto unicamente dai miei gemiti stupiti.


Un pezzo di vita, di Gavino Puggioni





Un pezzo di vita
di Gavino Puggioni




Da bambino abitavo nella mia Finagliosu, uno stazzo situato nell'entroterra fra Stintino e l'Argentiera, non distante da Porto-Torres, l'antica Turris Libisonis di epoca romana.
Quel posto era ed è stato il paradiso della mia infanzia, perduta, ahimè! e ritrovata assai dopo, in quella memoria, mia e nostra, che ha milioni di megabyte che sono ancora, scientificamente, da scoprire.
Di quel paradiso ho ricordi nitidi anche di persone che cercavano di arrivarvi, non tutte buone...molti cattivi, molti maligni, pure raccomandati, per fare i custodi di greggi o per costruire un pozzo o, alla fine, per una semplice battuta di caccia e non solo al cinghiale.
Ma io, da bambino, di queste cose non sapevo niente, credevo di vivere la terra, dentro la terra, quella vera, fatta anche di fango, quello naturale, quello che, a volte, mi sporcava irrimediabilmente le scarpine pulite che si calzavano una volta alla settimana per andare alla Messa domenicale, nella chiesa di San Costantino, a La Pedraia, distante un paio di chilometri, percorsi sempre a piedi, col sole o la pioggia, ai margini di un campo di grano o avena, subito dopo riparato da un tranquillo boschetto di ulivi, oleandri, piante di mirto e querce secolari.
E il cielo sopra, grigio, azzurro o come Lui voleva, mi diceva nonna Feffa che di tempo e di nuvole se ne intendeva, altro che Bernacca!
A qualche chilometro di distanza c'era la miniera di Canaglia, solo ferro, e dopo, ancora, adagiato verso il mare, l'antichissimo borgo dell'Argentiera, miniera di blenda e argento, adesso residuato archeo-industriale, in cerca di altra luce che spero venga a risplendere assai presto.
Ricordi? Certo e anche ricordi bambini perché tali si era in quella natura ancora incontaminata dove nonna Feffa, gli anziani e babbo, seppur giovane, erano i fari sempre accesi, per una vita, la mia, la nostra, per tante vite che si stavano aprendo alla terra, quella terra dalla quale, pochi anni più avanti, avremmo dovuto “fuggire” per colpa del...Fato avverso, oggi presente ma sempre latente.
Ho vissuto in quello stazzo gli ultimi anni di quel “fascio” di vita, non ho e non abbiamo patito la fame, la sete e la miseria di quella guerra, nemmeno persecuzioni. Semmai, tutto il contrario, in quell'oasi, e non era la sola, poiché la campagna era fertile e donava i suoi frutti, era coltivata nel rispetto delle stagioni, popolata da tanti contadini che l'amavano e la rispettavano e babbo era uno di quelli, orgoglioso del proprio lavoro e di donare ad altri quel che loro veniva piano piano a mancare.
Entrambe le miniere, quella di Canaglia e dell'Argentiera, lo venni a sapere dopo, erano obiettivi possibili per bombardamenti nemici, come d'altronde l'Asinara e il porto commerciale di Porto-Torres, e questo per togliere ricchezza che produceva, oltretutto, anche estrema miseria umana, regalata a quegli operai per lavorare ed esserne anche degni e fieri... (lasciamo perdere, per carità!..)
E allora succedeva che, da quelle miniere, due o tre volte alla settimana, forse di più, non ricordo bene, ora, partiva “l'allarme”, sibili prolungati di sirene (mai odissee!) che creavano il massimo panico fra gli adulti perché tutti si aspettavano bombardamenti a raffica, esplosioni e distruzioni di quel poco che esisteva ma che era tantissimo per noi.
L'allarme durava una trentina di minuti durante i quali babbo, mamma, nonna e tutti gli altri si andava di corsa verso una collinetta vicina, alla cui base c'era e c'è ancora una grande grotta di roccia granitica, chiamata “la curona di ri faddhi”, domus de ianas di allora, (la corona delle fate) e là, dentro, decine e decine di persone si rifugiavano, in attesa di quegli eventi tragici che grazie al cielo non sono mai avvenuti. Solo paura, terrore, spavento, anche se a noi, bambini, niente sembrava stesse accadendo se non l'incanto e la meraviglia di vedere tante persone, lì radunate, a guardarsi in faccia, chi a parlare, chi a pregare e si vedeva anche qualche rosario sgranellato da fragili dita di altre nonne assieme alla mia che l'aveva sempre in tasca del grembiule da cucina.
Qualche tartaruga si avvicinava alla grotta, girava tra di noi, non aveva paura, brucava steli verdi e teneri assieme agli amici passerotti mentre alcuni cani, Fido, Nerone, Mani Bianca, ci facevano da guardia ma non capivamo da chi.
Quando l'ultimo dei tre sibili di sirena cessava di farsi sentire, un boato di voci, un battimani all'unisono, quasi una liberazione, gli occhi puntati al cielo terso e...via!, tutti fuori da quella grotta, pacche sulle spalle, qualche abbraccio, perfino lacrime da occhi di coloro che in quella guerra avevano già perso un padre, un fratello, un amico.
E allora, noi bambini, di nuovo liberi, incontrollati in quella campagna, giù nel sentiero che portava fino a casa, fino al patio grande dove svettava il mio olmo, un gigante della natura, vecchio di oltre cent'anni, testimone di altre vite ed ora della nostra, della mia, rimasta nella sua ombra per sempre.