sabato 20 gennaio 2018

Il Palazzo d’Arco, di Renzo Montagnoli








Il Palazzo d’Arco
di Renzo Montagnoli




La maggior parte dei turisti che vengono a Mantova è interessata dal Palazzo Ducale e, soprattutto, dalla Camera degli Sposi. E’ indubbio che queste costituiscano le maggiori attrattive della città, che però ne ha ancora molte altre e una di queste, secondo me, merita senz’altro un’attenta visita.
Mi riferisco al Palazzo d’Arco, questa dimora signorile, che fu l’abitazione fino a quasi la fine del secolo scorso dei marchesi d’Arco, la cui ultima discendente, Giovanna dei conti d’Arco Chieppio Ardizzoni, marchesa Guidi di Bagno, dispose con testamento del 1956 che l’intero complesso e quanto in esso contenuto diventasse alla sua morte, avvenuta nel 1973, un Pubblico Museo. L’origine dell’edificio è all’incirca nel XV secolo; attraverso alterne vicende, ivi comprese più di un fatto di sangue, pervenne dapprima a Vincenzo I Gonzaga e poi al suo segretario Annibale Chieppio. E’ però solo nel 1740 che arrivarono a prenderne possesso Francesco Alberto d’Arco e Teresa Chieppio; i nuovi proprietari ritennero fosse necessario un restauro e fu così che la facciata assunse le attuali caratteristiche neoclassiche. Alla morte della marchesa seguì un lungo periodo di sistemazione onde rendere fruibile al pubblico il palazzo, che al di là dei suoi innegabili pregi architettonici, esterni ed interni, è strutturato come un vero e proprio museo. 



Il percorso di visita, peraltro, comprende la camera da letto della contessa, fino a poco fa non accessibile, ma che si è ritenuto di sicuro interesse in quanto mostra la dimensione della vita privata. Questa si trova al primo dei due piani dell’edificio; il percorso di visita si snoda appunto su questi due livelli e via via si incontrano diverse sale (degli Antenati, delle Vedute Architettoniche, dei Ritratti, delle Nature Morte, e, dopo una Loggetta, della Musica, di Diana, la sala Rossa, di Pallade, della Giustizia, delle Raffigurazioni Sacre, la Sala Cavriani, il Passettino dei Reliquiari, di Alessandro Magno, la Saletta Neoclassica), indi Il corridoio dello Specchio, la Biblioteca, il Passettino, la Sala delle carte da parati, la pregevole Cucina, la Sala dei Cesari, la Cappella, l’Anticappella, la Sala dello Zodiaco, la Sala di Apollo, la camera di Seth, la Serra. 





E’ un complesso sicuramente notevole e del resto già lo si può intuire dalle dimensioni esterne. Le sale che citato e anche altri ambienti comprendono collezioni di grande interesse, molte delle quali non potranno che stupire il visitatore, incantato da tanta bellezza. Ci sono quella delle sculture, delle armi (stupende le pistole balcaniche), dei libri e manoscritti, delle stampe, degli arredi (di notevole pregio il cassone mantovano in noce intagliato del XVII secolo), dei dipinti (con opere di artisti che vanno dal XV al XIX secolo, fra le quali la Madonna con bambino e angeli, un olio su tavola, del pittore Nicolò da Verona, risalente alla seconda metà del XV secolo), degli strumenti musicali (straordinario un fortepiano degli inizi del settecento, come meritevole di attenzione è un colascione, una sorta di liuto, diffuso in Italia nel 1500), dei disegni, delle ceramiche (richiamo l’attenzione su un servizio completo da tavola della celebre manifattura bassanese degli Antonibon, risalente alla fine del XVIII secolo), delle Collezioni naturalistiche, comprendenti fauna avicola, malacologica, minerali, fossili e l’erbario. Mi sono permesso solo di citare per sommi capi ciò è possibile vedere nel corso della visita guidata, ma sono sicuro che il turista un po’ meno frettoloso non potrà che apprezzare questo straordinario palazzo-museo.




Palazzo d’Arco è visitabile tutti i giorni della settimana, tranne il lunedì, il 25 dicembre e l’1 gennaio, dalle 9,30 alle 13,- e dalle 14,30 alle 18,-, con la biglietteria che chiude un’ora prima (rispettivamente alle 12,- e alle 17,-).
La visita al Museo è solo guidata o accompagnata.
I prezzi dei biglietti sono i seguenti:


Intero € 7,00
Ridotto € 2,00 
bambini e ragazzi sino ai 11 anni compiuti
Ridotto speciale € 5,00 
ragazzi dai 12 ai 18 anni, soci FAI e TOURING, gruppi con guida propria (min. 10 - max 25 pax), visitatori in possesso del biglietto di ingresso al Parco delle Bertone visitato nel medesimo giorno
Gratuito 
visitatori con disabilità e 1 accompagnatore, 2 insegnanti per classe
Per i gruppi la prenotazione è obbligatoria: T +39 0376 322242   E-mail info@museodarcomantova.it


CONTATTI:
Piazza Carlo d'Arco, 4 - 46100 Mantova
T + 39 0376 322242
E-mail 
info@museodarcomantova.it   segreteria@museodarcomantova.it
www.museodarcomantova.it


Per arrivare si può utilizzare la A22 (Autostrada del Brennero) con uscita a Mantova Nord, che consente anche l’ingresso in città transitando sul Ponte di San Giorgio e quindi potendo subito ammirare lo splendore dei laghi e del castello; oppure si può ricorrere alla linea ferroviaria che unisce Modena a Verona, passando per Mantova (pochi treni, velocità modeste, unico vantaggio che dalla stazione Ferroviaria di Mantova a Palazzo d’Arco ci saranno al massimo 500 metri a piedi).


Per mangiare e per dormire:


















Fonti:


Museo di Palazzo d’Arco (http://www.museodarcomantova.it)






De Senectute, di Renzo Montagnoli


De Senectute
di Renzo Montagnoli


La vecchiaia non è di per sé un’età, perché uno può esser vecchio pur essendo anagraficamente giovane, per esempio perché si comporta come un anziano, con quella tipicità della condizione ed ecco pertanto che cos’è appunto la vecchiaia. E’ una condizione, uno stato di aggravio fisico e psichico, tanto che Terenzio Afro, già nel 160 a.C. scriveva Senectus ipsa est morbus, vale a dire, tradotto in italiano, la vecchiaia è per sé stessa una malattia. Se poi si volesse sapere come già in epoca remota si trattasse della vecchiaia, consiglio vivamente di leggere un’opera filosofica, Cato Maior de senectute (Catone il Vecchio, sulla vecchiaia) scritta nell’ultimo periodo della sua vita da Marco Tullio Cicerone, in cui l’autore esamina gli aspetti negativi della vecchiaia (decadenza del fisico, diminuzione delle capacità intellettive, l’impossibilità di continuare a godere del piacere dei sensi, la stranezza del carattere e l’avarizia) e li contesta ricorrendo a esempi della storia, sia quella greca che quella romana. D’accordo per gli acciacchi che colpiscono tutti, chi più chi meno, ma come vivono psicologicamente gli anziani? Di seguito troverete una risposta, per quanto parziale, trattandosi dell’esperienza personale.
Quando i capelli si coprono di neve e la vista lenta s’annebbia si entra in un nuovo mondo dove la realtà è più lontana e la fantasia s’innesta nel ricordo. Più che vivere si cerca di rivivere e tutto ciò che è stato e tutto quello che abbiamo provato si colora di un tenue grigio, di una nebbia calda e ovattata; rivedere chi non c’è più, quasi tendergli le braccia per trasmettergli quell’amore che forse un tempo abbiamo un po’ trascurato porta a una struggente malinconia che a volte strappa più di una lacrima. Noi siamo perché altri sono stati, noi camminiamo verso la fine della strada dove è giunto chi ci ha preceduto, andiamo avanti arrancando e chiedendoci ora perché siamo nati per poi dover morire. Non c’è risposta, ci sono solo quei volti amati che speriamo di rivedere, un’illusione ancor più forte di quella della vita, nel tramonto verso il quale inesorabilmente procediamo. E questo sogno che ogni giorno ci accompagna, questo ricordare il passato è forse il senso della vita?
No, è la consolazione di chi non conoscerà il futuro.”.


Sì ai vaccini, di Ferdinando Camon


Sì ai vaccini

di Ferdinando Camon


 

"Messaggero Veneto" 15 settembre 2017  



Per l’articolo pro-vaccini sono stato sommerso da una tale ondata d'insulti, che dovrei essere annegato. Mi han chiamato "venduto", "prezzolato", "al soldo", e molti anche "fascista", uno (una lettrice) "nazista". La lettrice (Katia) contesta una mia espressione, nella quale dicevo che tra la volontà dello Stato e la contro-volontà della famiglia, è bene per la società che prevalga la prima. La lettrice fa un paragone raggelante. Dice: "Ma lei sa che quando i figli venivano separati dai genitori nei campi di sterminio veniva fatto nel bene dello Stato?". Sicché il nostro Stato, che si organizza per vaccinare i bambini, è come lo Stato nazista, che s'organizzava per ammazzarli nel lager. La vaccinazione è uno sterminio. Lo Stato è un aguzzino delle famiglie, assassino di bambini, per un proprio inconfessato interesse. Usano il termine “fascista”. Evidentemente pensano che dalla parte comunista lo Stato conti poco e la famiglia tutto. Non sanno quello che dicono. Per intenderci, leviamo la parola Stato e mettiamo la parola Legge. La contesa è tra rispettare la legge o violarla. È una contesa che si presenta infinite volte nella vita. Voi volete sapere se io sono vaccinato. Certo, ho fatto tutte le vaccinazioni di legge, e le ho fatte fare ai miei figli. A quell'epoca l'invito alla vaccinazione lo portavano i carabinieri, casa per casa, seguendo le date di nascita dei bambini. Era una vaccinazione obbligatoria e capillare. Sono scomparse malattie tremende per quella pratica, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha ringraziato l'Italia per aver fatto sparire il vaiolo dal suo territorio: appartengo alla generazione che ha debellato il vaiolo. Me ne vanto. Ho ancora la patacca della vaccinazione sul braccio sinistro, è il mio tatuaggio, lo considero una medaglia. Ho qui davanti agli occhi una lunga intervista del 13 settembre in cui di queste cose parla il fondatore di Microsoft, che finanzia un'organizzazione mondiale che combatte le malattie epidemiche, e perciò segue l’opera di vaccinazione nel Terzo e Quarto Mondo. Lui è parte in causa. E come tale fa delle considerazioni che c'entrano perfettamente con la nostra discussione. Dice che "con le vaccinazioni si ottiene nel mondo un successo enorme". Spiega: "Abbiamo avuto un così grande successo con le vaccinazioni che la gente nei paesi avanzati non vede più da decenni morti per malattie di questo tipo". E così "è facile giungere alla conclusione che il rischio è zero". È quello che mi obietta uno dei miei contestatori: "Vaccinare i nostri bambini? E perché mai? Dove sono le epidemie?". Il patron dell'organizzazione umanitaria mondiale dice che questo atteggiamento è "sbagliato e pericoloso". Perché il rischio non è mai zero. Forse è anche lui fascista e nazista? O forse ha su queste cose un'opinione diversa dalla vostra, perché ne ha un'esperienza quotidiana e diretta? "Sono venuto qui con i miei bambini perché nel mio paese ci sono tante malattie che da voi sono sparite perché vi vaccinate, e ora scopro che non volete più vaccinarvi", si lamenta un immigrato. Ma l’accusa più frequente che mi fanno i miei obiettori è sul contrasto tra famiglia e Stato. Dicono che è forsennato affermare che c’è un amore dello Stato per i figli. Mi chiedono su questo punto di fare retromarcia, perché l’unico amore che conta è quello della famiglia. Ribadisco: famiglia e Stato amano i figli, ma di amori diversi. Oggi c’è sui giornali, in prima pagina, il ragazzo di 17 anni che ha ammazzato la fidanzatina di 16. Cosa vuole lo Stato? Metterlo in galera. Cosa vuole il padre? Nasconderlo. Chi sbaglia? L’amore paterno. I genitori tendono sempre a proteggere i figli. Fin dalle elementari, quando vanno a sentire come fanno i figli, se i figli vanno male se la prendono con gl’insegnanti. Alle scuole superiori, vanno a protestare dal preside. Ai concorsi è giusto che uno ottenga quel che merita, ma le famiglie che possono brigano per avere raccomandazioni. Nelle assunzioni di lavoro, la legge vorrebbe che prevalesse il migliore, ma provatevi a scalzare un figlio di ricchi e potenti. Morale della famiglia e morale dello Stato contrastano. Questo io dico. E questo non va bene. Troppe volte vince la prima. È per questo che siamo malmessi. Non credo che la Sanità sia in mano a ladri, che impongono i vaccini per intascare tangenti. È un’ipotesi enorme, giustificherebbe la rivoluzione con sparatorie per le strade. Ma che ci siano governanti incompetenti è più che un sospetto. Un ministro dell’Istruzione meno incompetente non avrebbe fatto arrivare la questione dei vaccini fino a questo punto. Invece del “No ai vaccini” sono per il “No al ministro”.


www.ferdinandocamon.it




Grande secolo d’oro e di dolore, di Vincenzo Pardini






Grande secolo d’oro e di dolore
di Vincenzo Pardini
Edizioni Il Saggiatore
Narrativa romanzo storico
Pagg. 240
ISBN 9788842823148
Prezzo Euro 21,00




L’ultima dei Longobardi




All’inizio di questo romanzo l’autore riporta la genealogia di Leonide dei Longobardi, principale personaggio dell’opera stessa; si tratta di un numero rilevante di nomi, alcuni dei quali saranno propri di semplici comparse, ma altri invece corrisponderanno a individui capaci di brillare di una luce propria. Se devo essere sincero tutti questi personaggi mi hanno subito portato a un senso di disorientamento, memore dei racconti che mi faceva ogni tanto mia nonna, membro di una famiglia patriarcale assai numerosa, in cui abbondavano fratelli, sorelle, genitori, zii, nipoti, cugini, un vero e proprio esercito di cui lei ben conosceva i nomi che mi sciorinava e che più delle volte mi lasciavano perplesso per la confusione che mi veniva ingenerata. Poi, pensandoci bene, mi sono tolto ogni remora e mi sono detto di leggere senza preoccuparmi tanto di vedere come si ricollegavano i nomi, ma seguendo puramente e semplicemente le vicende, con particolare attenzione a quelle di Leonide Lusetti, la cui scomparsa avvenuta nel 1983 ha posto fine alla casata dei Longobardi. E’ una scelta di lettura, peraltro, che è quasi imposta perché il personaggio è del tutto particolare e intorno a lui ruotano i fatti, piccoli e grandi, di un secolo, il XX. Non è una novità narrare di un’epoca sulla base delle vicende di una famiglia, ma parlarne e riuscire a rendere avvincenti fatti in sé normali e non eclatanti non è facile, anzi denota una grande capacità, tanto più che a fronte di queste piccole storie sullo sfondo si muove la grande storia, la Grande guerra, l’avvento del fascismo, la seconda guerra mondiale, il dopoguerra di fame e di speranza, il benessere economico. Però la chiave di lettura dell’opera non è solo questa, perché prevede anche la descrizione della fine di una civiltà che non tornerà più, quella contadina, con quel legame profondo con la terra che fra timori e superstizioni in individui più sensibili, come appunto Leonide, porta a scoprire facoltà paranormali, ben oltre le asserite capacità di un medium, in quel confine indefinito fra vita e morte in cui tutti si agitano. La creatività di Pardini è indubbia, perché riesce a raccontare tanti fatti, imprigionandoli in una patina di tempo andato, una serie di fotogrammi che sollecitano il lettore ad andare avanti, per sapere, per conoscere. Quella che a un esame superficiale potrebbe sembrare una telenovela, in realtà sono le testimonianze di un’epoca non lontana in termini di tempo, ma ormai antichissima come modo di vita.
Credo che Pardini, con quel suo stile semplice e pur efficace, che definirei da naif, con questo romanzo sia riuscito a dare il meglio di se stesso, realizzando un’opera di sicuro interesse e che merita ampiamente di essere letta, anche perché, nonostante tanti personaggi, è riuscito a differenziarli perfettamente, sempre però facendoli apparire come propri della loro epoca, con i loro difetti, i loro pregi, i loro sogni e le loro speranze.
Per quanto concerne il tema della natura, da sempre ricorrente nelle opere dell’autore, in questa ha assunto un rilievo del tutto particolare, presentata a volte come diabolica, altre come mite e sereno corollario, il tutto solo ed esclusivamente secondo quello che in un determinato momento è lo stato d’animo dei personaggi; in ogni caso la descrizione dei panorami assume toni poetici e le atmosfere sono rese così bene da ottenere la partecipazione del lettore.
Ritornare indietro nel tempo, di cui solo in parte si è avuta esperienza diretta, è un po’ ricercare le proprie radici che non sono dissimili, nella zona toscana in cui è ambientato il romanzo, dalla zona lombarda in cui sono nato e abito. Al riguardo ho notato che, nel ricordo dei racconti di mia nonna, ci sono tanti punti di contatto, per quanto concerne per esempio la superstizione, ma anche per quanto riguarda certe figure che, in possesso di una vena poetica e di uno spirito acuto di osservazione, tanti anni fa vergavano delle pasquinate riferite per lo più a questioni di corna, operette satiriche anonime, ma di cui era possibile intuire il nome dell’autore; ebbene, anche nel romanzo ce ne sono diverse, stilate da Pardini, e devo dire che mi hanno divertito, cogliendo anche il loro scopo o di rafforzare una proposizione, oppure di stemperare la tragicità di certi eventi.
Non aggiungo altro, perché non ce n’è bisogno; l’opera vale molto di per se stessa, come potrà constatare chi avrà il piacere di leggerla.






Vincenzo Pardini è nato a Fabbriche di Vallico (Lucca) nel 1950. Collabora al Quotidiano Nazionale e alle riviste Nuovi Argomenti Paragone. Tra le sue opere ricordiamo Jodo Cartamigli (Mondadori, 1989), Giovale(Bompiani, 1993), Rasoio di guerra (Giunti, 1995), Tra uomini e lupi (peQuod, 2005, premio Viareggio-Rèpaci) e Il postale (Fandango, 2012).


Renzo Montagnoli


I diari bollenti di Mary Astor, di Edward Sorel








I diari bollenti di Mary Astor di Edward Sorel, Adelphi






I diari di Mary Astor scandalo a luci rosse nell'America del '36
Sotto i riflettori un'attrice famosa e il commediografo di Broadway




Leggiamo ne «I diari bollenti di Mary Astor- Il grande scandalo a luci rosse del 1936» di Edward Sorel (Adelphi, pp.169, euro 20, traduzione di Matteo Codignola), una storia vera raccontata in maniera ipnotica, con l’allure che si rivive dentro un sogno. Comunque, il segreto che rende questo libro anche strutturalmente diverso da qualsiasi altro, consiste nella scintilla che ha dato inizio a tutta questa vicenda, ovvero al ritrovamento casuale, durante una ristrutturazione d’interni, di alcuni ritagli di giornale che di quel processo tracciavano la cronaca. Leggendoli, Sorel, ha fatto un balzo indietro, regalando al lettore la ricostruzione di un ricordo di giovinezza, di uno scherzo sentimentale, di un’invenzione da tabloid.
Eduard Sorel, nato a New York nel 1929 è un disegnatore di grido. Ha firmato moltissime copertine del New Yorker, ha scritto ed illustrato molti libri e per decenni ha coltivato una vera ossessione per Mary Astor, diva del muto e poi del noir, premio Oscar nel 1942 per «La grande menzogna» a fianco di Bette Davis. L’attrice ebbe l’ultima parte importante nel 1964 in «Piano piano dolce Carlotta», ancora con la Davis. Ormai lo scandalo del suo divorzio, nel 1936, è caduto nel dimenticatoio, ma Sorel, col ritrovamento casuale dei ritagli di giornale, di cui sopra, ovvero tutti numeri del Daily News e dei Daily Mirror, datati 1936, proprio l’anno dello «scandalo a luci rosse».
Riguardavano il processo a Los Angeles per l’affido di una ragazzina, Marylin, figlia di Mary Astor e del secondo marito. Che aveva usato i diari di Mary, scoperti quando il matrimonio era ancora in atto, per farle rinunciare ad ogni diritto sulla bambina. Ma la Astor nel 1936 aveva impugnato la sentenza e allora il marito aveva reso nota ai giornali l’intenzione di far pubblicare i diari che raccontavano un adulterio e molto di più, ovvero pagelle ai suoi amanti, in base a criteri legati alle loro prestazioni sessuali.
Fatti che oggi sarebbero meno gravi, tanto è scivolata in basso la morale dei nostri tempi, ma negli anni Trenta, con protagonista un’attrice famosa che raccontava le sue notti bollenti con il più importante commediografo di Brodway di allora, George S. Kaufman, era una bomba deflagrante.
I disegni e le vignette di Solel che illustrano nel libro le piccanti vicende sono bellissimi, ironici e persino toccanti quanto basta.
L’autore, così singolare, è riuscito a parlare anche con Marylin, la bambina di allora che vive nello Utah in una casa su ruote, che ha avuto quattro figli e quaranta fra nipoti e bisnipoti. «L’ho molto amata la mamma – ha detto – ma mi ha fatto anche paura. L’aveva sempre vinta lei. Aveva sempre ragione lei».
Edward Sorel, dopo il fortuito ritrovamento dei ritagli di giornale, ha deciso di lottare per Mary Astor che non era una stella eccezionale, ma meritava un po’ più di luce, non solo quella «a luci rosse».
Il suo diario, comunque, è stato bruciato nel 1952 davanti a un giudice.
Dalla scrittura di Sorel, oltre alla storia della diva, emerge lo spirito della città di cartapesta di quel tempo su cui molti, troppi giovani avevano imbastito i lor




Grazia Giordani




La finestra dei Rouet, di Georges Simenon





La finestra dei Rouet - Georges Simenon – Adelphi – Pagg. 168 – ISBN 9788845923975 – euro 18,00




Amaro, troppo amaro




Una visione della vita sorretta da una certa predestinazione, un’esistenza fra le tante inutile e insensata, a corollario un intero universo emotivo che , sapientemente imbastito nei tempi dilatati della fanciullezza, si lacera nel tempo incompiuto di un’esistenza mai vissuta. Nique, povera Nique, così ti chiamano ancora i tuoi parenti lontani che a stento ti rintracciano a Parigi per annunciarti la morte di una zia. Dominique, sola, povera e bramosa di vita. Educata a stare da una parte, mesta e silenziosa, dopo la morte del padre che ha accudito per puro del senso del dovere, si ritrova schiacciata da un futuro senza alcuna prospettiva. È costretta ad elemosinare la permanenza nella casa che un tempo era sua e ad affittarne degli ambienti per poter sopravvivere. Entra in casa, una stanza separata da un salotto che funge da cerniera con il suo piccolo vano, una coppia di sposini, esuberanti, vitali, chiassosi e molto attivi sessualmente. L’udito si affina, la vista cerca validi pertugi, la mente rivaluta il proprio corpo maturo ma mai sfiorito, l’amore: una vana speranza soffiata da un destino crudele. Dominique si protende dunque verso la vita degli altri e la spia dalla finestra, in questo caso è un video senza il sonoro ma lei, in questo cinema muto, coglie tutti i particolari delle esistenze che si ritrova a spiare. Una coppia di anziani coniugi e la loro cameriera al piano di sopra, un piano più sotto il loro figlio malato e una nuora mai apprezzata. Proprio lei, Antoniette, diviene la sua ossessione: ha lasciato morire il marito non intervenendo a somministrargli il medicinale che avrebbe potuto ancora una volta salvarlo. È ora libera e vive ma Dominique che ha visto tutto la controlla, la spia, la pedina , la provoca, la invidia …
Il romanzo scorre veloce e inesorabile come la vita lasciando una sensazione di cupo pessimismo, a nulla valgono illusioni, speranze, lo strare cheti in un angolino a guardare o il vivere spasmodicamente alla ricerca di una durevole felicità, voraci di vita, ebbri di clamori, zeppi di denari se infine tutto si riduce a una desolata solitudine, quella insita nella stessa esistenza.
Amaro, troppo amaro.




Siti


L’arte di amare, di Publio Ovidio Nasone






L’arte di amare – Publio Ovidio Nasone – Newton Compton – Pagg. 128 – ISBN 9788854166318 – Euro 1,90




La saggezza degli antichi




Piacevole da leggere e sorprendente sotto vari aspetti, “L’arte d’amare” di Publio Ovidio Nasone è un’opera poetica che si distingue subito per contenuto ed eleganza stilistica, considerando la metrica utilizzata (intreccio di esametri e pentametri) e i copiosi e sempre affascinanti richiami al mito.
È un poema che invita all’amore libero, c’è poco da girarci intorno. Un vademecum per libertini, di libero stato civile o già uniti in matrimonio che siano, uomini anzitutto ma anche donne dal momento che l’ultima parte dell’opera si rivolge direttamente ed inequivocabilmente alle “tenere fanciulle”.
Come tutte le arti, anche quella di amare va appresa, studiata e applicata; Ovidio stesso si erge al ruolo di “magister” con la benedizione - dice lui - delle divinità a cui, pur essendo tali, non sono certo ignoti i piaceri dell’eros.
Gli oltre duemila versi del poema sono suddivisi in tre libri; eccone i contenuti:

- Libro primo: destinato agli uomini, esso illustra dove e come rimorchiare. “…non c’è donna al mondo che non possa divenire la tua: e tu l’avrai, purché tu sappia tendere i tuoi lacci”. Siccome la manna non scende dal cielo, ci si deve pur dare una mossa e fare qualche fatica per andare a cercarla, specie nei posti giusti: quelli pubblici principalmente, come portici, templi, teatri e dove si svolgono le corse dei cavalli, senza trascurare mense e banchetti presumibilmente presso case private. Una volta individuata la donna, attirarla con la giusta parlantina che però non l’annoi, con lusinghe, con la pazienza e, naturalmente, con promesse, promesse, promesse… “Prometti molto: le promesse attraggono a sé le donne”. E non ci si scordi di spergiurare, invocando come testimoni i sommi dei ché pure Giove, adultero incallito, è solito giurare il falso alla divina consorte. Non tralasciare poi di piacere al marito della donna in questione né d’ingraziarsi la sua ancella (e valutare bene se valga la pena di togliersi qualche voglia pure con quest’ultima, ma, nel caso, sempre dopo aver concluso prima con la padrona). Se si vuole fare colpo, meglio curare igiene e aspetto personali, senza però rischiare di apparire troppo effeminati come coloro che, tra gli uomini, si arricciano col ferro i capelli o si depilano le gambe. Ultimo sincero consiglio: in amore guardarsi da amici e parentame vario poiché, a quanto pare, in molti si candidano a soppiantare chi troppo loda la propria amante.
- Libro secondo: destinato anch’esso a un pubblico maschile di lettori come il precedente, erudisce nell’ardua impresa di conservare a lungo la conquista, giacché “il mantenerla è frutto d’arte fina”. Non perder tempo con magie e filtri d’amore, ma “sii amabile, se vuoi essere amato”. Aggiungere “doti d’ingegno” alla bellezza che da sola poco può fare, vista la sua caducità. Evitare i litigi, abbondando in dolcezza (soprattutto chi non può fare doni materiali); magari comporre per lei “teneri versi”, ché, a quanto pare, con la cultura qualcosa si rimedia sempre. Non risparmiarsi nemmeno in lodi e adulazioni, così come non domandare mai l’età ed evitare lo scandalo. Ma, in particolare, “fai solo e sempre tutto ciò che vuole” e sopportare tutto, ingiurie, percosse… persino le temute corna!
- Libro terzo: forse un tentativo da parte dell’autore di accattivarsi anche le simpatie del pubblico femminile, dal momento che questa parte che chiude la sua “Ars amatoria” è a uso e consumo delle donne. Non fosse mai che queste, nella nobile arte, non potessero vantare un maestro pari a quello degli uomini. “Godetevi la vita” e “cogliete il fiore”, esorta loro Ovidio ché non è mistero quant’è bella giovinezza. Tutto sommato, i consigli non sono dissimili da quelli dispensati ai colleghi maschi: curare la pulizia e l’aspetto personali, trucco e parrucco; ma - attenzione! - mantenere segreta l’arte con la quale ci si rende belle, fatta com’è di pratiche e intrugli mica tanto belli a vedersi. Per accalappiare un uomo è buona norma imparare a cantare, suonare la cetra, danzare e - perché no? - conoscere i poeti greci e latini: su come la cultura possa rivelarsi utile in certe circostanze già si è disquisito. Mostrarsi socievoli, al bando l’ira e la superbia, così pure la gelosia. Ogni tanto tenere la porta chiusa all’amante e imparare alla svelta a eludere la sorveglianza del marito, tanti trucchetti esistono apposta. Infine, all’occorrenza, fingere di raggiungere il piacere nell’amplesso.

Qualsiasi commento sembra superfluo. Del resto, si sa, la saggezza degli antichi è indiscutibile!




Laura Vargiu