domenica 18 giugno 2017

Città di mare, di Maria Attanasio


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Città di mare
di Maria Attanasio




Le città di mare si somigliano tutte,
hanno uomini e donne
con occhi incrostati
dal sale di lacrime
per troppo amore.


Sottofondo musicale:

Dalle terre di mezzo, di Cristina Bove


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Dalle terre di mezzo
di Cristina Bove

Noi di giornate brevi
scanditi in giravolte di clessidra
sabbia tra vuoto e pieno
noi dalla parte oscura della silice
imprigionati dalle trasparenze
presi dall’infinito _e non capirlo_
cerchiamo il nesso nella congiunzione
il punto in cui la luce è prigioniera
ed ogni stella ridiventa nova
noi che sembriamo interi
siamo la doppia identità dei vivi
_ai morti è dato un cuore di cristallo_
nascemmo dalle pietre
ma una lama di sole ci trafigge
mentre nell’ombra frantumata al suolo
ci sparpagliamo in nugoli di nomi
e tuttavia
di mille luci popoliamo il cielo


La colonna sonora:



L'ultima fiaba della notte, di Tiziana Monari


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L'ultima fiaba della notte
di Tiziana Monari




Era bella la primavera
lucente come fiamma, esile come asfodelo
si aggirava sui prati in sospiri silenziosi
facendo fiorire le viole, i ciliegi
ammorbando l'aria di fragranze profumate d'amore


aveva nei capelli l'oro della sera
negli occhi l'azzurro del mattino
ed in dote i sogni lievi della vita


accadeva di soppiatto, senza alcun rumore
ed io, in boccio come un fiore dopo la neve
abbracciavo la pienezza del tempo, il vento sulle alture
scacciavo nuvole accatastandole a filo d'orizzonte
imprigionando l'aprile sulle ramaglie secche dell'inverno


poi scivolavo nella cantilena dei grilli innamorati
il corpo che reclamava baci e carezze
in quelle sere sotto il glicine
quando contavo stelle amabili e lontane
una luna opalescente al davanzale.


Non conoscevo ancora l'effimero del mondo
la quiete che si faceva spessa
il muto assenso che gravava al cuore


così bisbigliavo piano l'ultima fiaba della notte
prima che la tempesta tramutasse le forme della vita
e diventasse dolore, poi assenza, infinito, ed il nulla.


La musica di sottofondo:


https://www.youtube.com/watch?v=q-PtVNu4Kww










Una sera d’aprile, di Renzo Montagnoli


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Una sera d’aprile
di Renzo Montagnoli






La luce scandisce il ritmo delle ore
sale imperiosa dal buio
arriva in cima alla scala del tempo
e poi ridiscende lenta
per giungere infine al suo commiato.
É questa una sera d’aprile
d’un giorno come tanti
che si spegne come i cerchi
di un sasso gettato nello stagno.
Dapprima rapidi, si ampliano lenti
per poi morire sulla riva.
E anche il giorno muore
con la luce che cede il posto
alle cupe tenebre.
É solo una sera d’aprile
ma mi sembra che in un giorno
ci stia dentro tutta una vita
che ora in punta di piedi
lentamente se ne va.



Da Lungo il cammino



La colonna sonora:



https://www.youtube.com/watch?v=z4R4PVEwX5U







Gli studenti non sanno l'Italiano, di Ferdinando Camon


Gli studenti non sanno l'Italiano

di Ferdinando Camon

 



Quotidiani locali "Espresso-Repubblica" 12 febbraio 2017 



Ho insegnato Italiano per tutta la vita, e ho una sconfitta che mi brucia ancora. Una studentessa delle Magistrali, in un compito in classe in cui doveva raccontare una gita, aveva scritto: “Il prof Gamba cade e si rompe la medesima”. Le segno errore blu. Viene alla cattedra a protestare: “Il prof si chiama Gamba?”, Sì”, “E non si è rotto una gamba?” , “Sì”, “ E non posso scrivere che si è rotto la medesima?”. Lunga discussione, ma non ha capito. Non era un errore di lessico, o grammatica, o sintassi: era un errore logico, del cervello. Scrivere bene in italiano vuol dire far funzionare bene il cervello. Noi abbiamo alcuni parlamentari, più d’uno, che sbagliano i congiuntivi e i periodi ipotetici. Ce n’è uno, allevato dal suo partito come futuro presidente del consiglio, che se fa tre congiuntivi li sbaglia tutt’e tre. Lui fa un congiuntivo e lo sbaglia, lo corregge e sbaglia, lo ri-corregge e ri-sbaglia.
Non dovrebb’essere in parlamento, andava fermato prima. E quando? Prima della Maturità. I docenti universitari che protestano col governo perché gli arrivano studenti che fanno errori da terza elementare, hanno ragione. Purtroppo.
Ma non vorrei che l’università si ritenesse innocente di fronte a questo disastro. Una volta ci si laureava scrivendo un libro, che era appunto la tesi di laurea: una prova di abilità intellettuale, ricerca delle fonti, confronto delle testimonianze, costruzione del proprio punto di vista, e scrittura a mano o a macchina. La tesi era il primo libro scritto dal laureando, che si sperava poi ne scrivesse tanti altri. Che cos’è oggi una tesi? Una galoppata attraverso Internet: in Internet c’è tutto, il laureando passa di corsa tra i testi che trattano l’argomento della sua tesi, e pilucca di qua e di là le idee e le formule che gl’interessano. Una tesi oggi è un lavoro di taglia e incolla. Il cervello non c’entra.
Per gli studenti, dalle elementari all’università, non c’è mai una vera selezione. Alle elementari e alle medie è considerato un crimine sociale dare voti bassi o negativi a un bambino o ragazzino. Tutti vanno incoraggiati e promossi. La Maturità, di ogni ordine, è una tombola: tutto dipende dalla materie che il ministero assegna, e da quelle che lo studente può scegliere. In Italiano devi portare un’opera di qualche autore contemporaneo, ma è più che sufficiente che impari un riassuntino. Nove volte su dieci, il commissario che t’interroga non ha letto quell’opera, e sta molto sulle generali: se lui non l’ha letta, tu puoi cavartela anche se non l’hai letta. Stiamo avvicinandoci al cuore del problema: non sappiamo più scrivere perché non sappiamo più leggere. I nostri studenti (ma anche i nostri professori, il nostro popolo) legge poco o niente. Vedo che qualche giornale attribuisce la colpa di non saper scrivere al fatto che abbiamo avuto cattivi maestri, come Tullio De Mauro, che condannava l’appiattimento linguistico delle classi sociali basse sul modello delle classi alte, quelle che facevano la storia, o come Asor Rosa, che per giudicare un’opera giudicava il suo impianto ideologico, per cui per essere bella dev’essere di sinistra. Ma no, tutto questo non c’entra. I ragazzi non sanno scrivere perché non leggono. Non leggono né libri né giornali. Siamo diventati un popolo che perde la conoscenza della sua lingua perché non frequenta i luoghi dove quella lingua è presente: le librerie e le edicole. Se il parlamento vuol far qualcosa, tratti meglio la cultura e la lettura, i libri e i giornali. Ma il fatto è che un popolo a bassa cultura è rappresentato da parlamentari a bassa cultura: indegno con indegni. E così il cerchio si chiude, e tutti hanno il proprio interesse, sia quelli del popolo che quelli del parlamento.


www.ferdinandocamon.it




Afonie indispensabili, di Gavino Puggioni




Afonie indispensabili
Incontri di – versi
di Gavino Puggioni
Nota dell’autore
Prefazione di Laura Vargiu
Edizioni Thoth
Poesia
Pagg. 146
ISBN  9788898025916
Prezzo Euro 12,00




Noi e l’infinito




Nella breve nota introduttiva dell’autore c’è un cenno a Giacomo Leopardi, con la citazione dell’ultimo verso dell’Infinito (e il naufragar m’è dolce in questo mare), quel perdersi negli spazi incommensurabili dell’infinito, una riflessione che può portare allo sgomento, ma anche a una dolce struggente malinconia. E questo infinito è un motivo ricorrente nella poesia di Gavino Puggioni che, pur tuttavia, resta ancorata alla realtà di ogni giorno, ma tiene conto dell’umano dolore, delle tragedie che accompagnano l’esistenza, quali le ingiustizie e le guerre. Il poeta si chiede giustamente, visto che noi siamo un nulla di fronte a uno spazio temporale che trascende ogni umano concetto, perché mai non dobbiamo condurre un’esistenza di affetti e di pace, senza prevaricazioni, ma solo aprendo il proprio animo agli altri. E ciò appare tanto più indispensabile quando si consideri che la solitudine permea quell’attimo fuggente che è la vita di ognuno di noi. Nascono così dei versi di pacata riflessione, si instaura un dialogo con il proprio “io” volto al coinvolgimento di terzi, si apre un cancello nel muro che altrimenti rinchiude e isola, un desiderio di comunicazione in cui il poeta si libera da vincoli innati e acquisiti nella convivenza, esprime una sincerità offerta in pegno di un reciproco comprendere.
Sono molte le poesie di questa silloge e anche varie, pur nel rispetto di quel fil rouge di cui ho accennato, scritte in una metrica libera che comunque non prescinde dal raggiungimento di un equilibrio strutturale convergente in un’apprezzabile armonia. Non mancano quelle del ricordo, legato alla propria terra e in cui è ben espresso il percorso seguito per cercare di dare un senso alla propria vita (Era la vita / in quelle verdi vallate / bruciate dopo dal solleone / ridente / nell’arcobaleno delle stagioni/…) (Pietra di mare / arsa dal sale / amore nel sole / neve fissata/ nella croce / del tempo). Quella che però esprime meglio il pensiero dell’autore, permeata da un pessimismo esistenziale, è secondo me Questa vita, che merita di essere riportata integralmente perché compendia abilmente quell’infinito senso di solitudine per cui è giustificabile l’accostamento a Leopardi (Questa vita / come l’amore / Questa vita / fatta di terra / e di nuvole / di fumo e di fuochi / Questa vita / che sembra correre / e invece è ferma / fatta di parole inutili / Questa vita / che corre senza argini / nella culla di pensieri 7 arrugginiti dal tempo / Questa vita / come l’amore / vive di trasparenza / nell’attesa di una porta / che rimarrà chiusa / per sempre).
Ecco, credo che Gavino Puggioni sia riuscito a scrivere una silloge che rappresenta, non solo per lui, il frutto di una lunga serie di riflessioni sull’esistenza, in modo chiaro e senz’altro di gradevole lettura; a mio avviso Afonie indispensabili è il suo capolavoro, magari irripetibile, anche se auguro all’autore di ripetersi, di allietarci con altre e nuove pregevoli raccolte.






Gavino Puggioni è nato a Porto Torres (Sassari) nel 1939. Scrive dall'età di 18 anni ed ha pubblicato le sue prime poesie in alcune riviste letterarie nel 1959. Dopo una lunga parentesi dedicata al lavoro, nel 2003, pubblica 'Finagliosu', con dodici racconti giovanili e, dal 2004 al 2013, le raccolte: 'L'arcobaleno in giardino', 'Nel silenzio dei rumori', editi dalla Magnum Edizioni di Sassari. Negli ultimi anni: 'Le nuvole non hanno lacrime', altra silloge, pubblicata da Edizioni Il Foglio Letterario, di Piombino; 'Nelle falesie dell'anima', silloge autopubblicata. Diverse sue poesie sono state premiate in vari concorsi letterari, nazionali e internazionali, ed altrettante pubblicate in una decina di antologie.


Renzo Montagnoli


Colazione da Tiffany, di Truman Capote





Colazione da Tiffany - Truman Capote - Garzanti Libri – Pagg. 108 – ISBN 9788811671626 - Euro 15,00


Odore d’argento


Non amare mai una creatura selvatica … non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuol bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto . Poi in cielo …”
Holly Golightly , indubbia protagonista di questo effervescente e fresco romanzo, è la grande assente dalla scena, è già volata per altri lidi quando il misconosciuto narratore di cui sappiamo solo che è uno scrittore in erba ce ne racconta la vicenda. Eppure lei è la forza motrice della narrazione e sapere dapprima chi sia, che cosa fa, quali sia stata la sua infanzia , rileggere insomma il suo vissuto newyorkese sulla scia di queste informazioni è ciò su cui fa leva Truman Capote. E lo fa con grazia pur restituendoci un personaggio assai discutibile sotto il punto di vista etico ma di una bellezza come solo le cose fuggevoli sanno donare. Holly è giovanissima ma navigata, in perenne transito e incapace di instaurare legami durevoli, spicca per savoir- faire ed è invischiata in losche e mafiose faccende. Sa sparire al momento giusto, dosa tempi e sentimenti. Quando crolla, perché il peso del suo vissuto è realmente eccessivo e oltremisura, lei sa come placcare il suo tormento interiore: “ Mi sono accorta che per sentirmi meglio mi basta prendere un taxi e farmi portare da Tiffany. È una cosa che mi calma subito, quel silenzio e quell’aria superba: non ci può capitare niente di brutto là dentro, non con quei signori vestiti così bene, con quel simpatico odore d’argento e di portafogli di coccodrillo.” È impossibile non rimanere incantati da questo personaggio femminile o meglio dalla capacità rappresentativa dell’autore che ha saputo tratteggiare un vissuto, un’indole, una possibilità. Lo consiglio vivamente.


Siti


Il giardino degli inglesi, di Vladimiro Bottone




Il giardino degli inglesi




Passioni e delitti nella Napoli di metà Ottocento
Neri Pozza propone un avvincente noir con «Il giardino degli inglesi»




Se ci sono romanzi destinati a lasciare un segno nel mondo della letteratura, certamente tra questi brilla «Il giardino degli inglesi» di Vladimiro Bottone (Neri Pozza, pp. 400, euro 18), per l’originalità della trama, l’impasto lessicale di purissimo italiano, misto a frasi napoletane, con persino la civetteria di citazioni latine che l’autore non si è fatto mancare. Ci troviamo sotto gli occhi un noir sui generis, del tutto lontano e diverso da quanto avevamo letto finora.
Siamo nel 1842 in una Napoli attraversata da avidità e brama di potere in concomitanza con senso del dovere, tanta superstizione, nel vibrare di passioni tanto violente quanto pericolose.
Due giovani, fratello e sorella, troveranno misteriosamente la morte nella città partenopea. Quando il corpo della bella Emma Darshwood, insegnante di canto nel ricovero-orfanotrofio del Serraglio, viene ritrovato dalla polizia, qualcuno ai piani alti si affretta a chiudere il caso che scotta come un qualsiasi omicidio passionale. Ma ci sono dei punti oscuri, delle zone d’ombra che devono essere chiarite. Ed è proprio con il fermo proponimento di far luce sulla morte della sorella, che arriva a Napoli anche il fratello Peter. I due giovani erano legati, fin dall’infanzia, da un sentimento talmente forte ed appassionato da sfociare quasi in una forma d’incesto, mai consumato, come apprenderemo da un fitto e commovente carteggio che Peter Darshwood portava cucito all’interno del suo corsetto, per mai idealmente separarsi dall’amatissima sorella.
I fatti farebbero credere che Peter sia stato ucciso in una sanguinosa rapina di strada, per depredarlo dei beni che portava addosso. Quindi, viene sepolto assieme alla sorella Emma nel cosidetto «giardino degli inglesi», il suggestivo cimitero dedicato ai non cattolici. Comunque, c’è qualcuno che non si lascia abbindolare, credendo ciecamente al susseguirsi di queste tragiche fatalità. Il commissario della polizia borbonica Gioacchino Fiorilli non smette mai di indagare, persuaso che dietro il duplice omicidio si nasconda la mano nera dell’ex medico del Serraglio: l’avvenente e carismatico Domenico De Consoli, quintessenza del cinismo più abietto, un personaggio che con la sua bieca ed implacabile capacità di sedurre adulti e minori, resterà a lungo impresso nella nostra fantasia.


Grazia Giordani




Piccoli forse, di Angela Caccia



Piccoli forse
di Angela Caccia
Edizioni LietoColle
Poesia
Pagg. 79
ISBN 978-88-9382-026-4
Prezzo Euro 13,00




Il forse è d’obbligo




se mi chiedi un per sempre
ti rispondo forse
se (anche) il tuo infinito
è di tanti piccoli forse


potrei scegliere di camminarti
accanto. Forse




All’inizio del libro, prima ancora della eccellente prefazione di Davide Rondoni, ci sono questi sei versi, un’introduzione dell’autore alla sua opera, che già sono esplicativi della finalità dell’opera stessa, di questa indeterminazione che da sempre accompagna ogni essere umano nel corso di una vita la cui unica certezza è che non sarà eterna. Anche le precedenti sillogi di Angela Caccia non sono meri esercizi poetici, ma riflettono una continua analisi filosofica che coinvolge soprattutto il proprio “io”, ma che inevitabilmente si estende agli altri (e gli altri, non sono forse un complesso di tanti “io”, pur nella loro diversità?). In questa raccolta, forse più che in altre, la trasposizione delle riflessioni in versi è quanto mai varia e scandita con un ritmo pacatamente costante. Nulla viene gridato, ma nemmeno sussurrato, è un canto lento e assorto che qualsiasi orecchio può udire, che qualsiasi mente può comprendere. E’ solo così, infatti, che le mille incertezze, i perduranti e affioranti dubbi possono trovare una letterale forma e costituire la base di quell’ideale dialogo che si svolge fra poeta e lettore. La parola è l’unica certezza dell’autore e questa appare ricercata, non frutto di un istinto, bensì il risultato di un laborioso percorso con cui ciò che è nell’animo viene esplicitato per una maggiore e più coerente conoscenza.
La vita, nei suoi eventi, impone, in chi non si ferma a una loro supina accettazione, una ricerca approfondita per arrivare a chiarimenti,forse, però...
Il senso del giorno, l’esistenza della notte, la vita, la morte, sono fatti ricorrenti, ma anche grandi temi su cui tanti hanno ragionato per cercare i motivi, gli scopi, giungendo anche a delle risposte, ovviamente non certe, cioè può essere così, oppure, forse, tutt’altro. Queste riflessioni già non sono facili da esporre in prosa, immaginiamoci allora in poesia, ma ancora una volta ricorre quel “forse”, perché per Angela Caccia sembra molto più facile la seconda forma.
No, non sono in verità piccoli, questi forse, perché tutto ciò che è parte dell’esistenza appare infinitamente grande, proprio perché non sappiamo perché sia così; piccolo, forse, lo è nella misura in cui, essendo comune a tutti, non ha quell’evidenza di eccezionalità propria di altri. In fin dei conti nulla vi è di grande, né di piccolo nei temi oggetto di queste approfondite riflessioni, c’è solo la vita, nei suoi variegati aspetti, c’è solo il bisogno di una conoscenza a cui ci sforziamo di arrivare inutilmente, o a cui crediamo di arrivare, ma sempre con quel ricorrente e indifferente “forse”.
Piccoli forse è un’altra tappa della ricerca poetica di Angela Caccia, è un’altra raccolta che merita di essere letta.




Angela Caccia, vive e lavora a Crotone. È funzionaria in un ente pubblico. Laureata in scienze giuridiche, la sua passione è da sempre la letteratura. Ama la pittura e, in particolare, la poesia. Ha pubblicato: Il canto del silenzio, ICI, Napoli, 2004, Nel fruscio feroce degli ulivi, Fara Editore, 2013 Il tocco abarico del dubbio, Fara Editore, 2015




Renzo Montagnoli


MondoBlog del 18 giugno 2017

MondoBlog


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venerdì 19 maggio 2017

90 anni, di Miriam Ballerini




90 anni
di Miriam Ballerini






Un numero che a dirlo
riempie la bocca.
Eppure ti parrà ieri che
bambina,
sanavi le ginocchia sbucciate.
Un battito di ciglia
e gli occhi eran di donna.
Reggi accanto,
con le mani sempre più fragili,
un bagaglio pieno
di tutti i giri di una luna
che a quarti, s’è vestita e svestita
delle fasi di una vita intera.
Una valigia troppo piccola
per contenere tutte le emozioni
che colmato hanno questi anni.
90 anni…
eppure resta solo un numero
per chi ha la scorza d’una arancia
che ancora ha succo con cui nutrire.


La colonna sonora:





Fontamara, di Tiziana Monari




Fontamara
di Tiziana Monari






Non c'è nessun Dio delle stagioni quassù a Fontamara
ci sono stelle stanche ed una luna di passaggio
che sorride indolente
quando gli sciacalli rincorrono la notte
quando la neve di dicembre si addensa sui ciottoli dei fossi



si sacrificano gli agnelli quassù a Fontamara
su queste montagne annegate nell'azzurro
ruvide ed arse dal vento di febbraio



nessuno è padrone od imperatore quassù a Fontamara
c'è solo un gatto che fa le fusa sopra il fieno
e servi, contadini con l'ombra di Giuda dentro gli occhi
che goccia lenta tra la borragine ed il mirto
nel dorso scarlatto delle foglie ormai appassite.



E' sprezzante la vita quassù a Fontamara
ammantata di fame,povertà,carestia
la morte cammina bieca con un cappotto lacero di stoffe
un bottone da capitano
e fila solo un poco d'amore nell'arcolaio



e la fame è come un cucciolo di lupo
la sera prima del sogno
solo poche castagne,le mele vizze sulla tavola apparecchiata ad ombre e pane



persino il silenzio riposa stanco
mentre la vita accade
e trema l'inverno randagio sopra il cuore.



Quassù a Fontamara.



La colonna sonora:



https://www.youtube.com/watch?v=7k5VapxafWQ








Meglio..., di Renzo Montagnoli




Meglio…
di Renzo Montagnoli




Meglio morire
quando si corre nel vento,
ogni giorno diverso, ogni cosa mai uguale
nella pubertà che è la più bella età.


Dopo,
i soliti riti tribali, la villeggiatura
tutti intruppati, la partita di calcio la domenica,
lo stanco bacio della buona notte.




Meglio morire
con in bocca il sapore
di un bacio rubato
e il fremito che ancora invade il corpo.


Baci anonimi,
quasi dovuti, sapori di salsa di pomodoro
o peggio ancora l’acre aroma del tabacco
baci senza passione in giorni grigi di noia.


Meglio morire
quando si cavalca l’onda
nella speranza che non si spenga mai,
nel desiderio di affondare in un mare di specchi.


La monotonia delle giornate,
ogni cosa che ha un suo prezzo,
anche l’affetto, se ancor si può chiamarlo tale.
E infine l’attesa di quel momento senza ormai rimpianti.




Meglio sarebbe
non essere mai nati
per non dover poi
morire ogni giorno.




Da La pietà


La colonna sonora:


















Siamo tutti migranti, di Laura Vargiu



Siamo tutti migranti
di Laura Vargiu




Siamo tutti migranti
da millenni erranti,
vagabondi d’anima e cuore
eterni profughi tra giri di parole
inseguiamo sogni, speranze, illusioni
le fragili stagioni dei nostri amori


Siamo tutti migranti
antiche e nuove diaspore danzanti,
più degli uccelli spieghiamo le ali
più delle nuvole sorvoliamo terre e mari
per trovar vergine inizio altrove
pur se radici forti s’intrecciano alle rose


Siamo tutti migranti
impazienti e stanchi,
in cerca di qualcosa o di qualcuno
mortalmente affamati di futuro
mentre l’oggi si consuma inerme
e solo il passato ci appartiene veramente


È forse l’atavica memoria a muover i nostri passi
ad accomunarci dalla solitudine riarsi
quando fuggiamo da perenni inverni
attraversando pregiudizi, muri e deserti,
nessuna frontiera tra noi e gli altri
perché in fondo siamo tutti migranti.


Da “I cieli di Gerusalemme e altri versi vagabondi"  (L'ArgoLibro, 2016)


La colonna sonora:






Un campo di girasoli, di Mariangela De Togni




Un campo di girasoli
di Mariangela De Togni






C’è solo un campo di girasoli
a rendere palpitante
l’orizzonte.
E nel liquido d’una corolla
di fiore, una moltitudine
di colori e di fragranze
perché nel cuore prenda
forma il mare.


Nel suo fiato di stelle
la notte col suo ciglio bianco
di luna a illuminare
l’anfora colma di silenzio
sotto le finestre a bifora
della chiesa solitaria
dagli alti pilastri di pietra
levigati da litanie d’attesa.


Veniamo da rivoli di maree
a rammendare i pensieri
sfilacciati dalla vita.
Ma in quella simmetria
di danza che ci coglie
leggeri sui ciottoli
a sussurrare sospiri.
In quella monodia
piena di sorgenti
anche la solitudine
si smarrisce
in una luce di cielo.




Da Frammenti di sale (Fara Editore, 2013


La colonna sonora:



Alle Case Venie, di Romana Petri




Alle Case Venie


Realismo, tragedia e amore nei giorni dell’armistizio
Romana Petri racconta la vendetta della protagonista fra il 1943 e ’45




In maniera leggera, appena accennata, ci rimanda a certe impressioni del realismo magico di Elsa Morante o di Garcia Marquez,  il bel romanzo di Romana Petri «Alle Case Venie» (Superbeat, pp.203, euro 16,50). Sarà perché Alcina, la protagonista, trentenne dai capelli neri e ii cuore «rosso come il sangue» parla con Astorre,  con il padre morto, che non ha ancora trovato pace nell’aldilà,  pentito anche del suo erroneo pensiero politico di allora, regalando una sensazione fatata ad un romanzo che, per il resto è realistico. Il 2 settembre del 1943 il caldo soffocante dell’estate sembra essersi dilavato in un unico giorno di pioggia alle Case Venie, podere sopra Città della Pieve. L’armistizio ormai si respira nell’aria, ma la guerra continua, implacabile, a mietere le sue vittime. Alcina vive nel minimo borgo umbro col fratello Aliseo e il cane Arduino, orfana di entrambi i genitori Astorre ed Amarantina. Spalterio è un baldanzoso amico che spesso va a trovare i due fratelli, molto affezionato ad entrambi.
Siamo nel lasso di tempo che corre tra il 1943-45. Il fascismo ha chiuso i battenti, ma le razzie dei tedeschi in ritirata, in cerca di cibo per la sopravvivenza, perseguitano ancora i campagnoli, compresi gli appartenenti alla famiglia di Alcina, antifascista fino all’osso, ostile a questo regime prevaricante.
Alcina vorrebbe responsabilizzare il fratello diciassettenne affidandogli il delicato e pericoloso incarico di andare a prelevare carte e documenti che il capo dei partigiani periodicamente inviava agli antifascisti al fine si sapessero regolare.
Aliseo riesce nella difficile e pericolosa impresa. Ma c’è un Minghetti, feroce fascista, che induce Alcina, Aliseo e il cane, nonché la fidata vicina di casa Jone, a raggiungere i partigiani sul Pausillo. La seconda parte del romanzo è piuttosto cruenta in quanto descrive le azioni dei partigiani che si scatenano contro tedeschi e fascisti.
La tragedia non poteva brillare per assenza, in un romanzo che dopo la prima parte bucolica, profumata anche degli odori della campagna, si muta in concitata lotta. Aliseo, in una delle sue imprese, forse abbagliato dal sole, cade in una trappola tesagli dal nemico. Sotto gli occhi atterriti della sorella e dell’amico Spalterio, viene mitragliato, senza pietà, da quel Minghetti che tanto odiava gli antifascisti.
La vendetta di Alcina sarà terribile, come nelle antiche tragedie greche. Ucciderà l’uccisore del fratello, pregando Spalterio di non intromettersi. Sangue chiama sangue e questa non è certo una novità.
Alcina torna alle Case Venie, dove chiude i suoi giorni anche il cane Arduino.
Dopo tanta tragedia, c’è un finale dolce . Alcina riceve il suo primo bacio d’amore da Spalterio. Una nota tenera ad alleviare l’atmosfera cruenta degli anni della Resistenza partigiana, oltre ad essere la testimonianza del commovente rapporto tra un padre caduto in errore e una figlia desiderosa di riscattare la sua figura e la sua memoria.


Romana Petri è nata a Roma e vive tra la sua città e Lisbona. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue numerose opere di successo, citiamo: «Ovunque io sia», (Beat 2012) e «Le serenate del Ciclone»(Neri Pozza, 2015).


Grazia Giordani